Alfabetario dei luoghi Massimo Gerardo Carrese

Analfabetismo dei luoghi1Analfabetismo dei luoghi

 

Visitare luoghi con le lettere dell’alfabeto

«I luoghi offrono possibilità. Possiamo essere in un luogo con il corpo e con la mente insieme. Fisica-mente. Condizione probabile eppure molto rara. Poiché la mente è più sfuggente ed equivoca del corpo, spesso siamo con il fisico in un posto ma con la mente altrove[1].»

Mi ha sempre affascinato l’enigmatica simultaneità dell’andare e dell’essere: andare con la mente (altrove) ed essere (presente) con il corpo in un luogo.

«Altrove. Altrove. Come risuona questa parolina[2]».

Ho letto di Eulero che raccontava le sue scoperte matematiche più significative arrivate tutte mentre teneva in braccio un bambino: presente con i figli ma la sua mente era altrove[3]. Ho studiato Heidegger che parlando della tecnica del dominio dell’Uomo sulla Natura diceva che quando guardiamo un fiume pensiamo all’energia elettrica, quando guardiamo una foresta al legname, quando vediamo il suolo al sottosuolo[4]. Ho letto Franco Arminio che scrive di vedere un luogo guardando qualcos’altro[5] e Julio Cortázar che con la fotografia va al di là dello scatto[6]. Ho studiato Paolo Legrenzi che mi ha fatto capire che se interrompo a casaccio una persona, sebbene possa sembrare concentrata, mi accorgerò subito che le cose stanno diversamente[7]. Ho riflettuto su Italo Calvino quando scrive: «I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato…»[8]. Ho guardato a lungo le Presenze Assenze di Franco Fontana[9].

Nasce dalla suggestione corpo-mente l’idea dell’enciclopedia fantasiologica Alfabetario dei Luoghi, un’opera poetica e fotografica in cui gioco in un luogo – lo spiego meglio tra qualche rigo – a rintracciare semanticamente le ventisei lettere dell’alfabeto.

Per lungo tempo ho riflettuto a come mettere in pratica la dualità corpo-mente, non solo per un’attività performativa o artistica in sé, che già mi sembra intrigante, ma per strutturare un percorso di studi e ricerche sugli aspetti interdisciplinari della fantasia, dell’immaginazione, della creatività e, non ultima, della fantasticheria[10]. Dopo ripensamenti, entusiasmi, errori, prove tipografiche perlopiù artigianali[11], stupori, avvilimenti, sono arrivato alla forma attuale dell’Alfabetario dei Luoghi dal medium della fotografia. La fotografia rende visibile, secondo le intenzionalità del fotografo, quanto resta di invisibile ai nostri occhi.

«Se in Luigi Ghirri siamo di fronte a “immagini di immagini” che svelano la “nostra miopia di fronte al reale” e riportano l’attenzione non alle cose ma “alle loro condizioni di visibilità”, i volti e le figure di “corpi umani nei tronchi di un albero” di Mario Giacomelli presentano una serie di “corrispondenze inesplorate”. E se le immagini di Franco Fontana ingrandiscono frammenti e dettagli del reale, rendendoli “visibili”, Mario Cresci, con la serie I Rivolti, Charles Baudelaire, scardina l’idea di ritratto fotografico osservando come il volto del poeta francese acquisisca continuamente nuova vita e nuove dimensioni attraverso le diverse pieghe del supporto cartaceo che celano, di volta in volta, una porzione del viso[12].»

Brassaï scrive dell’autore di Alice nel paese delle meraviglie: «Una grande affinità legava del resto il suo universo [di Lewis Carroll], popolato di trabocchetti, di giochi di specchi, di magiche trasformazioni, a quello della fotografia. Carroll si trovava perfettamente a suo agio nello spazio irreale della camera oscura, dove i raggi luminosi, fissandosi, ricreano le apparenze fuggevoli e impalpabili della realtà. Rivelare le immagini latenti, captarle, fissarle per sempre e materializzarle: questo è il prodigio della fotografia, che lo folgorò e l’indusse a coltivarla, ad amarla. La morte del soggetto, la sua resurrezione al di là del reale, l’arresto del tempo, la presenza di ciò che è assente e l’assenza di ciò che è presente, tutti questi paradossi Carroll li ha vissuti un’infinità di volte dietro il suo obiettivo[13].»

Quando sono davanti a una fotografia e penso «dov’è scattata?», «dove si trova questo paesaggio?», «che punto di vista?», «mi ricorda la fotografia di…», trascendo la fotografia che osservo. Allora, non sono più solo davanti a quell’immagine ma, contemporaneamente, anche altrove. «“La vera vita è altrove”, ha scritto Rimbaud, ma questo altrove è accanto a noi, a un millimetro da dove ci troviamo, ma parallelo al nostro sguardo. O retrostante. E ciò che è parallelo al nostro sguardo o sta dietro di noi non è visibile: per percepirlo ci vuole uno sguardo obliquo, o “gli occhi sulla nuca”, come in Cortázar[14].»

Guardo una fotografia e sono nel paesaggio ritratto in essa ma anche ai lati di quel paesaggio che nella fotografia non vedo; guardo in foto la schiena d’una modella e penso anche ai suoi seni, che non vedo; guardo le geometrie ritratte e penso anche al dito, che non c’è, del fotografo che ha scattato quell’immagine; guardo le rughe di un volto e penso anche alla giovinezza. Alfabetario dei Luoghi è l’esaltazione della congiunzione “anche”: una cosa non è solo quella cosa ma è anche altro. In un certo senso, il principio di non contraddizione (una stessa cosa non può essere e non essere allo stesso tempo[15]) qui viene meno. Una stessa cosa nell’Alfabetario può essere anche altro. Il che vuol dire che se m’imbatto in un paese di esso vedrò ciò che è visibile ma anche altro, l’invisibile, che risuona in me da elementi visibili. Dal doppio desiderio di ricercare quanto di un luogo sia visibile e quanto invisibile nasce l’Alfabetario dei Luoghi con i suoi ventisei scatti reali (quello che vedo in un luogo, cioè percepisco con la vista) e ventisei scatti chimerici (quanto da un luogo trascende, che “vedo” con gli occhi della mente). Perché essere trascendenti? «L’uomo è di per sé trascendente, oltrepassa la realtà in cui si trova perché non è mai soddisfacente la nostra realtà.  L’umanità va avanti perché oltrepassa lo stato insoddisfacente in cui si trova. In questo oltrepassamento fa un’operazione di trascendenza[16].»

L’insoddisfazione, nel gioco dell’Alfabetario, non è la smania incontentabile, la frustrazione, la delusione che rende schiavi ma è il ponte necessario che conduce al disatteso, all’inosservato che fa di noi degli osservatori alla ricerca del potenziale. L’insoddisfatto, qui, è chi sguarda[17] il quotidiano per rompere l’abitudinario e la noia distruttrice. È chi ricerca altro e in quell’altro trova l’altrove. «[…] laddove dici che non c’è niente forse sei tu che non vuoi vedere niente. Perché se dici che in questa piazza c’è solo una piazza e basta, in questa [sola] piazza ci sono cinquantadue lettere dell’alfabeto, ventisei [rimandi] reali e ventisei chimerici[18] […].»

Alfabetario dei Luoghi è una geografia dello sguardo che vivo sin dagli esordi con la fotografa Elisa Regna[19]. Lei, compagna alfabetica di “spasseggiate”[20] campane, incarna nel suo modo di essere e di fotografare uno dei due profili essenziali dell’Alfabetario: la distrazione. L’altro è la sistematicità. Elisa è la distrazione. Io la sistematicità. Il nostro sguardo si equilibra proprio in questa differenza e l’Alfabetario prende forma. Nell’estate del 2016 le proposi di fotografare luoghi secondo precise regole[21] e da allora spasseggiamo, saltuariamente o con frequenza assidua, in paesi e cittadine per ricercare il visibile e l’invisibile. Il nostro visibile e il nostro invisibile.

Quando andiamo in un posto è solo durante la spasseggiata che associamo le ventisei lettere dell’alfabeto ai luoghi di un paese, ai suoi ambienti storici e sconosciuti, frequentati e abbandonati, pubblici e privati, belli e brutti, reali e fantastici. Non c’è nessuna preparazione o studio iniziale e i paesi li scegliamo secondo il nostro piacere. Quando spasseggiamo associamo le lettere senza seguire l’ordine alfabetico ma ci lasciamo avvolgere e coinvolgere da quello che vediamo: A come…; F come…; S come…; C come….

Le ventisei lettere dell’Alfabetario però, per la trascendenza a cui prima accennavo, si raddoppiano: ogni Alfabetario dei Luoghi ha ventisei lettere dedicate al reale, ciò che oggettivamente è visibile, e ventisei dedicate al chimerico, ciò che è visibile solo alla nostra mente. Con ogni lettera dell’alfabeto, e attraverso ogni singola lettera, di un luogo scopriamo un posto reale e un posto chimerico. In questo modo, c’è la lettera “A” che rimanda al visibile e l’altra “a” che rimanda all’invisibile. Nascono così ventisei scatti reali, che è il riferimento concreto al luogo, e ventisei scatti chimerici, che è il riferimento concreto al luogo ma che da esso trascende, che si allontana, a prova del fatto che quando siamo con il corpo in un luogo, con la mente siamo anche altrove. Lo scatto reale è il direttamente visibile; lo scatto chimerico è ciò a cui la nostra esperienza, la nostra vita, rimanda. Quando siamo in un luogo fisicamente non siamo mai solo in quel posto ma anche altrove, con la mente. Noi esseri umani fantastichiamo la maggior parte del nostro vivere quotidiano perché qualcosa, nel nostro caso un elemento del luogo, ci porta altrove: un profumo, la forma di un vicolo, un suono, il rumore del vento o della pioggia, lo sguardo di una persona, un ritratto. Ogni lettera dell’alfabeto ci permette di indossare un doppio sguardo e di raccogliere di quel luogo una possibilità in più. Non solo quello che vediamo (reale) ma anche quello che pensiamo dalle cose, degli animali e delle persone che abitano quel luogo (chimerico). Un esempio. Mentre spasseggiamo associamo –  secondo le nostre ispirazioni – alla lettera “M” (lettera maiuscola) il “muschio” che vediamo su un muro. Elisa fotografa e io segno il rimando semantico (“M” di “muschio”). Lo scatto qui è reale perché è evidente in fotografia il muschio. L’altra “m” (segnata nell’opera con lettera minuscola), quella riservata al chimerico, rivela invece il nostro sguardo trascendente: guardiamo la maniglia di una porta ma non la associamo alla “M” di “maniglia” anche perché lo scatto reale è già dato dalla precedente “M” di “muschio”. Guardiamo invece la maniglia e “vediamo” la mano di chi la spinge: la nostra “m” ha come rimando semantico la parola “mano”. La mano è assente, si dirà, eppure in qualche modo è anche presente. Il chimerico esplora le possibilità dell’assente e ne ricerca un’associazione sensata, plausibile, per noi e per il nostro lettore[22]. Capiamo, allora, che il chimerico ci porta altrove e che possiamo andarci sguardando[23] il reale. E viceversa. «Nel momento in cui la fotografia è guardata si crea un legame attraverso l’oggetto visibile con lo spazio invisibile[24].»

Visitiamo i luoghi con il nostro corpo ma dei luoghi desideriamo mostrare anche altro. Il nostro altrove.

In ogni singolo volume raccontiamo un luogo attraverso cinquantadue fotografie, in bianco e nero. Ogni fotografia ha un rimando semantico e una breve poesia che compongo secondo le regole di un mio gioco fantasiologico[25] basato sul caso e sul mio sguardo.

Alfabetario dei Luoghi è un’esperienza fantasiologica in cui le lettere dell’alfabeto orientano il nostro sguardo. Non lo condizionano. La regola, di guardare i luoghi attraverso le ventisei più ventisei lettere dell’alfabeto, stimola la nostra eccitazione[26] – non la limita – e viviamo luoghi persone cose, molto abituali, con stupore, poesia e divertimento. Con l’Alfabetario l’ordinario si veste di meraviglia e scopriamo che lo straordinario abita nell’ordinario. Il chimerico potenzia il reale, e viceversa.

Realizzare un Alfabetario dei Luoghi non è faticoso ma, come per ogni gioco, talune volte la spasseggiata scorre veloce altre volte rivela più ostacoli. Quattro ore, in media, sono sufficienti a trovare i rimandi semantici mentre Elisa si occupa della fotografia[27] (capita che Elisa mi suggerisca un rimando e io un’inquadratura). Spasseggiamo concentrati e distratti nei luoghi: io con un brogliaccio tra le mani su cui segnare i rimandi semantici; Elisa con la sua reflex per fotografare il (suo) mondo. Capita di parlare con gli abitanti che ci raccontano le loro vite, ci invitano nelle loro case, ci parlano dei loro raccolti e lavori, ci fanno da guida nei luoghi che visitiamo, ci invitano a ritornare a salutarli ed è in queste conversazioni e attimi di accoglienza che le persone ci seducono con la loro mitezza. In altri luoghi ci accolgono finestre rotte, porte sbarrate, palazzi pericolanti, bestemmie malcelate, strade franate, persone sospettose, immondizia ovunque, ragnatele a decoro di fontane assetate. L’abbandono ha per Elisa e per me un fascino inesprimibile ma la rinuncia è altra cosa e non ci attrae: qui le persone cedono alla desolazione e muoiono davanti ai loro televisori. Quello che accade là fuori non è un programma da seguire. I nostri Alfabetari non sono opere a sé ma risentono delle persone e dei luoghi che visitiamo. «Un luogo per me è come una persona. Anche noi siamo luoghi e quindi bisogna ascoltarci[28].»

 

Abbiamo deciso di lavorare in Campania perché è qui che viviamo. È la nostra regione. Ogni volume è dedicato a un luogo campano. Siamo al terzo volume stampato (ma in archivio ve ne sono già altri). Il primo volume è dedicato alla lettera “R” di “Rocchetta e Croce”, paese in provincia di Caserta. Il secondo, lettera “A”, ad “Apice Vecchia” (Benevento) e il terzo, lettera “P” a “Piedimonte Matese” (Caserta). Nel tempo arriveranno le altre lettere dell’alfabeto per i paesi e città della Campania che più ci incuriosiscono. L’idea è di creare un repertorio fantasiologico dell’intera regione (e poi spostarci, eventualmente, anche in altri luoghi d’Italia e non solo).

Ogni Alfabetario dei Luoghi è, insieme, un alfabetario macroscopico e uno microscopico. Quello macroscopico è l’ordine sequenziale dei volumi: “A” come “Apice Vecchia”, “B” come “Buonabitacolo”…”Z” come “Zungoli” – geograficamente incompleto perché non ci sono in Campania luoghi con iniziale in H, X…o forse sì?; quello microscopico è fatto dai cinquantadue scatti contenuti in ogni opera.

In ogni Alfabetario c’è una mappa fantasiologica che disegno per invitare il lettore/visitatore a ripercorrere, idealmente e fisicamente, i luoghi alfabetici da noi individuati e a trovarne altri per conto proprio.

Alfabetario dei Luoghi è uno strumento, altresì didattico[29], per affinare la percezione (facoltà della vista, nel nostro caso), l’associazione (facoltà delle relazioni emotive), l’immaginazione (facoltà dell’azione), la fantasia (facoltà del possibile), la creatività (metodo progettuale), la fantasticheria (il sogno a occhi aperti), la realtà (tutto quello che è indipendente da me).

Il nostro lavoro enciclopedico non evade dal circostante ma lo ri-crea e lo de-scrive con curiosità rinnovata. È una singolare gita. Una guida non turistica ma euristica. Un gioco che ri-scopre i luoghi, anche da parte di chi da sempre li vive e li conosce (o crede di vivere e di conoscere)[30].

«Visitare un luogo a passo alfabetico vuol dire ri-trovarsi a incontrare l’ordinario e lo stra-ordinario. Spasseggiare fantasiologicamente con un alfabetario dei luoghi tra le mani o nella mente significa conoscere e vedere di un luogo il possibile, soprattutto, e anche l’impossibile, dopotutto[31].»

Massimo Gerardo Carrese

 

[1] Da “Agguardare dentro e fuori” di Massimo Gerardo Carrese in Massimo Gerardo Carrese, Elisa Regna, Alfabetario dei Luoghi, vol. 1, Ngurzu Edizioni, Caiazzo 2016
[2] Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi, ed. 2016
[3] Ivan Moschovich, Matemagicail grande libro dei giochi, Rizzoli, ed. 2016
[4] «Heidegger usa il termine Zuhandenheit per indicare il rapporto di utilizzabilità e di manipolazione che l’Esserci instaura con gli enti, ossia il fatto che le cose non sono mai considerate in se stesse come pure cose, ma solo in quanto inserite in un contesto di significatività che permette all’uomo di orientarsi nel mondo: “La foresta è legname, la montagna è cava di pietra, la corrente è forza d’acqua, il vento è vento in poppa”» da Martina Subacchi, Sacra doctrina, Edizioni Studio Domenicano 2010
[5] Geografia commossa dell’Italia interna, Mondadori 2013
[6] “Las babas del diablo” in Las armas secretas, Alfaguara, ed. 2016
[7] La fantasia, Il Mulino 2010
[8] Le città invisibili, I meridiani ed. 2005
[9] http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/gallery_presenze_assenze/gallery_presenze_assenze.php?id=2
[10] Sulla differenza dei termini si veda il mio “Per andare dove? Breve viaggio esplorativo tra le parole della fantasiologia” in questo blog (giugno 2018) e il mio saggio Fantasiare e immaginare – sguardi fantasiologici sul Taburno, Ngurzu Edizioni 2017
[11] Dal 2019 gli Alfabetari dei Luoghi (dal vol. 4) sono stampati in brossura a filo refe
[12] https://www.labalenabianca.com/2019/02/26/tempo-riflesso-corrado-benigni/
[13] Lewis Carroll, Sulla fotografia, Abscondita 2007
[14] Antonio Tabucchi, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema, Feltrinelli 2013
[15] https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278069#1
[16] Umberto Galimberti dal video https://www.facebook.com/357862411084116/videos/312090166108884/
[17] Vedi nota 23
[18] Massimo Gerardo Carrese, diretta facebook “Convegno di presentazione CantinArte”, Vairano Patenora (CE). Con Elisa Regna, 28/7/2018 https://www.facebook.com/Paesenews/videos/1823450554409506/
[19] Su Elisa Regna si veda il mio articolo https://arteculturaitalopolacca.com/2018/04/09/del-tuo-stesso-apparire1/
[20] Per approfondire https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerardo%20Carrese%20-%20spasseggiate%20fantasiologiche.html . Ho custodito il verbo “spasseggiare” nell’ambito dell’iniziativa ADOTTA UNA PAROLA promossa dalla Società Dante Alighieri  https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerado%20Carrese%20-%20nota.html
[21] “Agguardare dentro e fuori”, op. cit.
[22] Nel gioco esplorativo dei rimandi chimerici l’associazione semantica è sempre chiara per noi che spasseggiamo ma può non essere immediatamente leggibile da chi vive l’opera da lettore. Un esempio per chiarire: in un nostro Alfabetario c’è una fotografia chimerica che ritrae una finestra il cui rimando semantico è “p” di “pianoforte”. Si chiede il lettore: «Perché il rimando è a pianoforte se in foto c’è una finestra?» Perché mentre spasseggiavamo proprio sotto a quella finestra sentivamo il suono del pianoforte provenire al di là di quei vetri. La nostra mente è andata oltre alla finestra e “vedevamo” un pianoforte. L’Alfabetario invita il lettore a entrare in contatto con la nostra sensibilità chimerica e certamente a ricercare in quella fotografia – e in tutta l’opera – un proprio sguardo.
[23] http://www.treccani.it/vocabolario/sguardare/
[24] http://www.leparoleelecose.it/?p=33169#_ftnref1
[25] La poesia si chiama Haikugramma e le regole di composizione sono esplicate in ogni volume
[26] Le lettere alfabetiche sono per noi quello che per l’OULIPO rappresentano le contraintes http://www.treccani.it/enciclopedia/oulipo/
[27] Le sue fotografie sono realizzate in manuale. Senza studi progettuali né soste di appostamenti né selezione da mille scatti o ritocchi. Sono ritratti dell’immediatezza (perché il gioco dell’alfabetario lo richiede) e l’immediato ora è più a fuoco ora è più approssimato.
[28] Elisa Regna a “Cantinarte”, op. cit.
[29] Il gioco dell’Alfabetario è adottato come esercizio in diverse scuole primarie d’Italia e recentemente è stato inserito come rimando bibliografico in una tesi di laurea.
[30] Ogni volume si compone di un testo introduttivo, un saggio esplicativo che descrive le regole adottate, la metodologia di composizione dell’“haikugramma”, breve poesia posta sotto a ogni fotografia e una nota di chiusura. Su http://www.fantasiologo.com/shop è possibile vedere in anteprima alcuni scatti tratti dai vari alfabetari mentre su http://www.fantasiologo.com si può leggere la “Rassegna Stampa” dedicata al lavoro enciclopedico.
[31] “Agguardare dentro e fuori”, op. cit.

Per visionare altri Alfabetari qui:

https://www.fantasiologo.com/shop/index.php/i-racconti/

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