Il mio papà faceva il calzolaio – di Giuliana Annunziata

Giuliana Annunziata

Oggi proponiamo una storia insolita: è il ricordo e il ritratto del papà Giuliana, piccolo artigiano del sud, di mestiere calzolaio. Un lavoro che non dà tanto guadagno, ma competenza, precisione, passione. da questo racconto traspare anche la figura di uomo onesto e gentiluomo, in grado di trasmettere nei figli e in tutti coloro che lo tenevano in contatto molti di quei valori che dovrebbero essere l’ossatura di una società sana in cui si fa fatica a credere possa ancora esistere. Ci auguriamo che questo esempio costituisca una piccola speranza per far sì che non tutto è perduto.

Questa è la storia di Salvatore il Calzolaio detto ” Totor ‘o Scarpar” abitante in via Lanzara, artigiano per passione. Racconteró di mio padre come si fa in una fiaba, perché tale è agli occhi miei.

La piccola Giuliana amava tanto trascorrere i pomeriggi con il suo adorato calzolaio gentiluomo… sì , perché io ancora oggi lo definisco tale, non per le sue nobili origini, ma per il suo aspetto.Dovete sapere che pur svolgendo un lavoro molto umile, lui amava vestirsi con eleganza, con giacca e cravatta. Ogni mattina dopo aver accompagnato la più piccola dei figli a scuola , andava ad aprire ” ‘a Puteca” un piccolo laboratorio oggi lo chiameremo, ma molto particolare. Dopo aver aperto il portone in legno, si apriva la piccola porta con ante in vetro per far sì che la luce esterna potesse illuminare la piccola botteguccia situata di fronte Villa Francone, dimora di Signor Franco e luogo in cui la piccola adorava passare qualche pomeriggio con la loro adorabile nipote Cinzia( perita in giovane età). Il rituale era sempre lo stesso, Salvatore ‘o Scarpar prima di iniziare il suo lavoro, offriva ai suoi canarini (sua grande passione) tutte le cure dovute e non dimentichiamoci del caro merlo che allietava i passanti con il suo simpatico richiamo. Era un vero e proprio spettacolo, sì perché Totore lo addestrava a fischiare accompagnato dalla musica classica napoletana che partiva dalla sua radio, adagiata sulla piccola finestrella affacciata sulla strada.

Il suo armadietto era molto semplice ma efficace: ‘o bancariell (il banchetto) fornito di tanti piccoli ripiani per ‘e semmenzelle (chiodini specifici per le suola), martello in legno per modellare le scarpe, un paio di coltelli ben affilati e fatti su misura (Totor era mancino) ,barattolo di colla, vernice che lui chiamava ” nillin” , poi una piccola fresatrice per modellare e rifinire i tacchi. Per riscaldare la piccola stanza in modo che io non avessi freddo, aveva un piccolo braciere nel quale durante il periodo natalizio amava bruciare qualche pezzetto di incenso acquistato dai Francescani. Diceva che via Lanzara doveva sentire nell’aria l’odore del Natale e anche se “puviriell” gli si doveva fare una grande festa.

Ecco, tutto era pronto per iniziare, ma prima doveva indossare il suo grembiule (‘o mantisinu) perché non sia mai che la camicia si sporcava…e chi la sentiva poi a Colomba ( la sua amata sposa).

Ed ecco che descriverò il suo lavoro, ma datemi il tempo di spostare la tendina a strisce verdi e gialle, voi vi chiedete di cosa parlo ed ecco sono pronta a raccontare…mentre Colomba si faceva le sue ore di lavoro in fabbrica e i miei fratelli rispettivamente assenti perché si erano avviati ad imparare un mestiere: sarta per mia sorella e fabbro per mio fratello, io la più piccola restavo nella bottega con papà, ma essendo piccola mi stancavo facilmente…allora papà mi creò un angolino tutto mio dove poter espletare il mio pisolino pomeridiano. Era un luogo magico, sì perché spostata la tenda c’era un armadio a due ante e dentro il letto più comodo,soffice e caldo che io potessi avere, sì perché mi permetteva di non restare da sola a casa e al tempo stesso stare insieme a lui. Quando ormai ben riposata ero pronta per aiutare il mio papà, spostavo la tenda e mi sedevo su uno sgabello al suo fianco, osservavo ogni suo movimento: dal togliere il tacco vecchio con le dovute imprecazioni perché logoro e difficile da estrarre, al modellare e tagliare la suola…ed ecco che arrivava il mio turno! L’apertura del barattolo di colla, un momento magico per me, con un cacciavite lui toglieva il tappo e lo consegnava a me, sotto si formavano tante bollicine di colla che io amavo schiacciare con le dita e lui puntualmente ripuliva (perché la colla é pericolosa), poi mi affidava il pennellino facendomi vedere i punti in cui applicare la colla profumata. In seguito arrivava il momento di assemblare il pezzo tagliato al tacco della scarpa… fatto , poi toccava a lui ,sì perché con i chiodi e con il martello non si scherza, ci si può far male, qualche colpo di martello ed il grosso era fatto, dopodichè bisognava fresare il tacco,per poi verniciare e lucidare la scarpa e qui a volte mi rendeva partecipe. Questo per me era motivo di grande stupore quasi fiabesco, sì perché il mio papà possedeva una lampada(‘a lamparella) con una funzione specifica: ammorbidire un pezzo di cera grezza in modo da poterla stendere sul tacco e rifinire il tutto,così alla fine con uno straccio e uno sputacchio ben piazzato si lucidava la scarpa, sì perché senza sputacchio non veniva bene, come diceva papà. Ma in tutto questo la mia meraviglia era ‘a lamparella( lampada) perché proprio come il Genio della lampada, lui esaudiva i miei desideri con quei pochi soldi che guadagnava facendo l’umile lavoro riusciva a non farci mancare niente. A quei tempi c’ era l’usanza del prendo oggi pago domani, così anche se il più delle volte non ci mancava niente, in tavola c’era sempre di tutto,sì perché il mio papà artigiano faceva credito a tutti, agiati e meno agiati,anche se non pagavano in moneta a casa portavano verdure, ortaggi e tutto il ben di Dio. Addirittura un suo amico imprenditore conserviero regalava delle confezioni enormi di frutta sciroppata che a quei tempi, gli anni settanta, era considerato un lusso. Ma il più bello avveniva di sabato, quando mandava me a fare consegne a domicilio lungo tutta la via Lanzara dove si trovavano altri artigiani,dallo Zeppolaro alla pasticceria, al venditore del ‘o pere ‘ o muss…vi lascio immaginare in quale paese dei balocchi venivo proiettata, nel paese in cui oltre alla cento lire per il lavoro eseguito mi facevano innumerevoli regali. Tanti sono gli aneddoti che potrei raccontare …ma vi lascio dicendovi questo: lui Totor ‘o Scarpar non c’é piú già da un po’di anni, e quando il giorno mi diventa un po’ pesante da affrontare, mi metto lì ad osservare la lamparella posta vicino alla sua foto, e come per magia vedo la sua fiammella riaccendersi. Ai ricordi di un tempo passato quando quel mondo del poco ti rendeva tanto ricco, quando la semplicità riempiva i cuori a dismisura.

Giuliana Annunziataàà

Un commento Aggiungi il tuo

  1. novecentomilaepiu ha detto:

    ambientato nella mia Città….racconto molto suggestivo.

    "Mi piace"

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