Il prigioniero – di Enzo Ferrucci

Enzo ferrucci

Enzo Ferrucci, noto scrittore italiano, non è nuovo nel nostro blog. Ci ha inviato , questa volta, un bellissimo racconto in cui disseziona, come davanti ad uno specchio, se stesso. Narratore brillante Enzo riesce a catturare la curiosità del lettore sin dalle prime battute avvincendolo fino alla fine con una tecnica ormai ben collaudata.

Congratulazioni Enzo. Sei sempre il benvenuto tra di noi.

Quando lei entrò nella vita di Adelmo lui era un pugile sul ring che ne aveva prese già tante, fu il montante decisivo, quello che lo gettò al tappeto. Rimase lì, fermo, a guardare scorrere il fiume dei suoi giorni. Negli ultimi istanti della vita tutto è passato, il presente non lo percepisci, e il futuro non esiste. Le immagini sono sfocate dalla nebbia prima che cali il buio totale a ingoiare il tutto e tutti. Un pensiero che non aveva mai confidato a nessuno, apparteneva a quel genere di cose che passano nella mente e difficilmente trovano spazio nei dialoghi interpersonali. Il paradiso e l’inferno facevano parte del mondo dove sua madre, una fervente credente, non era mai riuscita a trascinarlo. Rigettava la Chiesa, i preti, perché per il suo modo di vedere le cose rappresentavano una sorta di settarismo capace di opprimere il libero arbitrio che ogni essere umano, in quanto tale, dovrebbe possedere. Durante gli anni universitari abbandonò per lo stesso motivo la fede comunista. Aveva sempre vissuto adattandosi alle circostanze cercando di far convivere il suo universo con quello che, per forza di cose, gli ruotava intorno, senza smarrire gli ideali dell’anarchia responsabilizzata come amava definire la forma ideale di convivenza tra uomini. Ora, però, qualcosa non quadrava, o meglio non rientrava nell’immaginario. Vedeva il suo corpo penzolare alla corda che pochi minuti prima aveva legato al soffitto tramite il gancio di ferro che teneva appeso il lampadario nella sua camera da letto. Temeva di toccarlo, e si accorse che i pantaloni erano bagnati dall’urina. <<Mi sono pisciato addosso dopo essere morto, colpa del rilassamento dei muscoli del corpo>> pensò osservando gli occhiali deposti sul comodino prima di salire sulla sedia e passarsi il cappio intorno al collo. Sulla scrivania il foglio bianco preso dalla cassettiera della stampante dove aveva scritto il suo breve testamento: <<non pregate per me, ve ne supplico>>. Appoggiò le mani sulla formica di colore nero che rivestiva il legno, accorgendosi che erano prive di sensibilità. Ricordò che sui volumi dell’enciclopedia chiusa tra le vetrate della libreria aveva poggiato alcune foto di Aida. Una dimenticanza alla quale ora poteva rimediare strappandole, farle a pezzettini così piccoli da non poterle ricostruire, ma restò deluso quando non riuscì ad aprire le ante. Guardò la porta, l’aveva chiusa senza far girare la chiave, e fu assalito da un sospetto che risultò fondato quando avvicinandosi ad essa non riuscì ad abbassare la maniglia per aprirla. Era prigioniero nella camera da letto insieme al suo corpo morto a fare da sfondo. <<L’avessi saputo prima, magari cercavo un modo diverso per lasciare questa vita di merda. In fin dei conti mi sarebbe bastato lasciare la porta aperta per far si che ora fosse tutto diverso. Inutile provare ad aprire la finestra e buttarmi giù, le cose non mi sfuggono dalle mani, anzi, è il contrario, restano ferme. L’unica soluzione è quella di aspettare che mia madre rientri e venga a cercarmi>>. Immaginò le grida che avrebbe urlato vedendolo in quello stato. <<Se mia sorella non fosse partita per le vacanze sarebbe stato meglio. Potevo nutrire la speranza di essere scoperto da lei, avrebbe aperto la porta e sarei potuto andar via. Ora invece mi tocca patire anche lo strazio di mia madre. Che disperazione, non provo nulla per essere morto, ma il non potermi sottrarre a quello che mi aspetta mi sta causando una sofferenza peggiore della stretta al collo a togliermi per sempre il respiro>>. Si sdraiò sul letto, cercò di addormentarsi, ma non era possibile, non avvertiva nessuna forma di stanchezza. Osservava il cuore ciondolante che in un giorno di luglio Aida gli aveva regalato insieme alle candele profumate. Non era trascorso molto tempo, ma la distanza ora appariva così lontana da sembrare un secolo. Il tempo, in un colpo solo, era diventato il più acerrimo nemico, un orologio con le lancette ferme. Il corpo sospeso appariva sempre più diverso, il nodo della corda spostatosi in avanti proiettava la testa verso l’alto rendendo impossibile la visione degli occhi. Adelmo pensò che fosse meglio così, in quel momento era preferibile non incontrare gli occhi che per una vita lo avevano fissato allo specchio. Spesso aveva ascoltato dagli altri parlare della morte come una liberazione dai mali dell’esistenza, ma per egli, almeno fino a quel momento, rappresentava una sorta di prigionia. La camera da letto il suo carcere. L’udito sempre più penetrante gli permise di cogliere il rumore di un’auto fermarsi dinanzi al portone di casa, il chiudersi di una portiera seguito dopo un po’ dal campanello squillare. Di sicuro era il venditore di formaggio che tutti i mercoledì nel suo porta a porta non mancava di bussare a casa sua. La voce della signora dirimpettaia gli disse che aveva visto mia madre uscire. Lui chiese di me, e lei rispose che forse anche io ero uscito. Invece no, Adelmo è qui, piuttosto ora ve ne sono due, ma voi siete ancora vivi per capirlo. Certe cose è possibile conoscerle soltanto quando non si è più vivi. Nella morte aveva provato a trovare la serenità che gli mancava da tanto, non immaginava il conto da pagare. <<Un’ora fa ero vivo, ma, nonostante tutto, se tornassi indietro farei la stessa cosa. Questa è la cocente verità, non posso far nulla perché sia diverso. Nessuno può sapere che l’uomo che ero non esiste più. Giuseppe aspetta una mia chiamata nel pomeriggio, i ragazzi che vengono per le ripetizioni di latino saranno impegnati con gli esercizi che ho dato loro l’altro ieri senza sapere che non sarò io a correggerli. Mia zia voleva che oggi fossi stato ospite a pranzo da lei, penserà che non abbia accettato perché avevo in mente questo gesto, ma non è così. Non ho premeditato nulla, fino a quando mi sono addormentato la notte scorsa non sapevo che avrei scritto la parola fine poco dopo il risveglio. Immagino le varie supposizioni che in tanti faranno, e pensandoci mi viene da ridere, ma nessuno saprà mai la verità, perché neanche io la conosco. Cercheranno una ragione, si appiglieranno a false convinzioni. Ho imparato a conoscere la gente, dinanzi a un evento del genere ne diranno tante, oggi, domani e sempre, fino a quando il mio nome sarà cancellato dal tempo, restando scolpito soltanto su una lapide. L’istinto è stato la mia bussola, ha guidato le mie scelte, la strada che mi ha condotto in questa prigionia. Siamo stati programmati per dare una spiegazione a tutto, sprechiamo i migliori anni per farlo, ma i risultati non conducono a nulla ed è un peccato constatarlo solo quando la vita non c’è più. Ritornerei solo per farvelo comprendere, magari donarvi una permanenza terrena presa con più leggerezza. Pochi minuti prigioniero in questa stanza mi hanno insegnato più cose di quando ero vivo. Giuseppe, fresco di separazione dalla moglie voleva andare in pizzeria, sfogare la frustrazione per un amore finito o mai iniziato. L’aveva trovata nel loro letto matrimoniale in compagnia del suo amante. Si era ridotto in uno stato penoso, a nulla valevano le mie raccomandazioni nel cercare di tenersi a galla. Tutti gli esseri umani prima o poi sono destinati ad affondare, nessuno potrà salvarsi, sottrarsi al destino. Aida ieri sera era felice quando le ho detto che l’avrei sposata a breve. Ancora adesso non so se il mio cuore ha mentito o meno, forse le circostanze del momento hanno giocato un ruolo fondamentale, senza esclusione che abbiano aperto la strada a questa scelta tragica. E’ una brava ragazza, supererà questo momento doppiamente difficile, le conviene cercare un uomo che sappia renderla felice e l’aiuti a dimenticare questa parentesi della sua vita. Non le ho lasciato scritto nulla, né a lei né a nessun altro, ho preso una decisione così veloce da prendere la morte al balzo. Quando la porta si aprirà correrò verso il deserto, non mi interessa restare invisibile tra di voi, non nutro nessun desiderio di carpire i vostri segreti, le vostre paure, la vostra sfrontatezza. La mia libertà è fatta di cose lontane dagli ideali, dai miti, dalle religioni, la mia libertà non è fatta né di amore né di odio, la mia libertà è aspettare che si apra questa porta. E se al di là di essa troverò un muro invisibile da non permettermi di uscire, cosa farò? Resterò per sempre prigioniero tra queste quattro mura? Da vivo spesso idealizzavo che i morti restano intrappolati nei luoghi dove hanno vissuto, ma ora il passaggio dalla teoria alla pratica mi riempie di sconforto. Devo cercare di non pensarci più, vivere con serenità l’attesa del momento, della verità. I cattivi pensieri non devono tormentarmi>>. Dopo un po’ udì il portone aprirsi, la madre che chiamava i cani chiusi oltre il cancello che separava il giardino dal cortile. La verità ormai era vicina, come i passi nel corridoio che si avvicinavano sempre di più alla porta della sua prigione.

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