Gabriele D’Annunzio Un uomo che non temeva di osare – di Piotr Pokorny

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Pubblichiamo con piacere i commenti e le osservazioni sul grande poeta italiano, Gabriele D’Annunzio, scritte per il nostro blog da Piotr Pokorny, recentemente laureatosi in lingua e letteratura italiana e prossimamente docente. Grazie Piotr, tanti auguri, contiamo sulla tua assidua presenza tra di noi.

Per capire l’insolita vita di Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e comprendere le scelte che egli fece durante la sua esistenza, occorre citare le parole pronunciate da Andrea Sperelli, il protagonista del primo romanzo dannunziano intitolato Il piacere. Questo giovane  aristocratico che si considerava “l’ultimo discendente di una razza di intellettuali” affermava che “l’uomo d’intelletto doveva fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”.

Questo pensiero diventò una specie di motto di D’Annunzio. Il poeta pescarese sin dalla sua giovinezza, faceva di tutto per creare la leggenda di se stesso. Il suo sogno era di innalzare un monumento a  se stesso, attraverso la sua produzione artistica e lo stile eccentrico della sua vita.

Presentare un personaggio così poliedrico ed affascinante come Gabriele D’Annunzio, è senza dubbio una sfida. Nel suo caso parliamo non solo di un celebre poeta, noto al grande pubblico come l’autore della famosissima lirica intitolata La Pioggia nel pineto, la lettura della quale rievoca nei lettori ricchissime sensazioni uditive e visive, ma anche di uno scrittore di romanzi di successo e di drammaturgo.  

Il campo del suo interesse andava, però, oltre le attività artistiche. D’Annunzio fu un politico, un deputato del parlamento, uno dei pionieri dell’aviazione in Italia e perfino un militare, l’eroe della Grande Guerra, che nonostante la sua età avanzata (52 anni), si arruolò volontariamente nelle forze armate per combattere in prima fila contro le truppe dell’Impero Austro-Ungarico. Grazie alla sua produzione letterarira e al suo impegno sul campo di battaglia ha meritato l’epiteto “del poeta Vate degli italiani”.

L’esordio poetico

D’Annunzio debuttò all’età di diciassette anni con la raccolta di versi intitolata Primo vere, nella quale erano riscontrabili le forti influenze artisiche del suo grande maestro Giosue Carducci. Per promuoverne la vendita, il poeta minorenne prese una certa iniziativa. Non ci sarebbe stato niente di particolare, se il furbo giovanotto non avesse ideato un interessante espediente pubblicitario. Il debuttante, che all’epoca cooperava con la Gazzetta della domenica di Firenze come giornalista (firmando i suoi articoli con lo pseudonimo di G.Rutini), pubblicò in cronaca nera un’informazione sul presunto tragico incidente di un giovane poeta, che proprio in quei giorni pubblicava le sue poesie d’esordio. Nell’articolo riportò che durante una passeggiata a cavallo, il poveretto era caduto dal suo destriero e aveva subito gravi lesioni, in conseguenza delle quali era morto. L’articolo suscitò ovviamente una comune compassione nei confronti dello sfortunato, che risultò nella vendita di quasi tutti gli esemplari delle liriche. Così, il giovane verseggiatore, grazie alla sua astuta iniziativa, entrò nei circoli letterari dell’Italia novocentesca.

Il matrimonio

Una volta finito il prestigioso istituto Convitto Cicognini di Prato, D’Annunzio si trasferì nel 1881 a Roma per iscriversi alla faccoltà di lettere. La capitale, però, gli offrì qualcosa di più stimolante ed attraente degli studi universitari, vale a dire la vita artistica e mondana. Cominciò quindi una cooperazione con la “Cronaca Bizantina”, una rivista a carattere sociale e artistico, che gli aprì le porte dei salotti della Roma bene, nei quali D’Annunzio entrò come cronista. Gettandosi nel vortice della vita mondana della capitale, il giovane letterato descriveva la splendida e spensierata vita dell’aristocrazia romana che lo impressionava tantissimo, ma lui aveva ambizioni maggiori, non voleva essere solo un testimone di questi avvenimenti, ma aspirava a diventare un protagonista di essi. Era un piano tanto ambizioso quanto complicato da realizzare, ma non per l’audace poeta.  

Durante uno dei balli, dove si presentò nei panni di giornalista per descrivere la dolce vita della Roma bene, incontrò la duchessina Maria Hardouin, sua coetanea, una donna molto bella, elegante e raffinata, che amava circondarsi di intellettuali. D’Annunzio grazie alla sua buona istruzione e grazie ai suoi corteggiamenti perfetti (fiori, lettere appassionati, visite a  casa) ben presto instaurò un rapporto amoroso con lei, ma la sua persona, secondo i genitori della giovane duchessina, non risultava adeguata per la loro figlia. I disperati ammanti organizzarono quindi un tipo di “fuga teatrale” per mettere tutti davanti al fatto compiuto. Come nido d’amore scelsero l’Hotel Elvetia a Firenze, dove dopo due giorni furono raggiunti dai parenti della giovane donna. Quando i genitori della duchessina si resero conto che la loro figlia era in dolce attesa, non ci fu più altro da fare che essere d’accordo per il matrimonio per salvare l’onore della famiglia. Questa unione matrimoniale non portò purtroppo niente di buono per i coniugi, poiché la duchessina fu respinta dalla sua famiglia. Dopo tre anni di convivenza, senza poter contare sul supporto economico dei genitori, il loro rapporto entrò in profonda crisi. 

L’estetismo dannunziano – alla ricerca del senso di bellezza

L’idea della bellezza, intesa in modo molto ampio, come predilezione per i vestiti eleganti, decorazioni preziose delle case e diversi oggetti superflui che erano speciali solo per il fatto che erano belli, fu sempre molto vicina alla natura del poeta. D’Annunzio fu letteralmente impregnato di essa e ne dava prova vestendosi sempre in modo molto elegante e circondandosi di oggetti preziosi e costosi. La predilezione per la vita fatta di apparenze  aristocratiche fu un vizio che gli costava decisamente troppo. Non riuscendo a pagare il suo indebitamento il poeta spesso fu costretto di fuggire dai creditori.

L’estetismo dannunziano è soprattutto ben visibile nella sua produzione letteraria,  manifestandosi tramite la sensualità della sua espressione artistica. La poetica estetizzante di cui parlo, viene segnalata dalle scelte stilistiche dell’autore, dall’uso dei vocaboli rari e preziosi (latinismi, termini arcaici e mitologici) e da una ricca quantità di immagini e di simboli, che evocavano nei lettori  sensazioni uditive e visive.

L’estetismo diventò per D’Annunzio un attributo della propria personalità e della sua eccezionalità, che lo rendevano speciale ed unico nei confronti degli altri, diventando il suo segno distintivo.

Alla ricerca della musa ispiratrice

D’annunzio aveva un talento innato per la scrittura. Si realizzò in ogni genere letterario passando con grande disinvoltura dalla lirica all’articolo giornalistico, dalla novella al romanzo, componendo con successo anche diverse opere teatrali. Fu anche un grande ammiratore della bellezza e dello charm del gentil sesso al cui fascino non riusciva a resistere.

Lo scrivere e le belle donne erano decisamente le sue massime passioni, una non esisteva senza l’altra. D’Annunzio scriveva per sedurre e seduceva per poter scrivere. Era una combinazione fortemente stimolante da cui il poeta fu dipendente. Sapeva benissimo che esistono parole più brucianti delle più tenere carezze e grazie alla sua insolita eloquenza, riusciva a far sentire qualsiasi donna ordinaria un essere celeste. Conquistava così i cuori delle donne che poi diventavano le sue fiamme e le sue muse ispiratrici. I suoi rapporti sentimentali erano sempre burrascosi e tormentati. Uno dei più famosi fu quello con Eleonora Duse, che all’epoca era una delle più grandi attrici teatrale di Europa. Il loro rapporto era pieno di alti e bassi, momenti sensuali e tradimenti. La complessità della loro relazione in modo migliore è descritta dalle parole della stessa Duse, che in una delle sue lettere confessava:Preferirei morire in un cantone piuttosto che amare un’anima tale. D’annunzio lo detesto, ma lo adoro … Che fare?”. Niente di più, niente di meno. Conoscendo il carattere focoso di D’Annunzio, si può supporre che anche tutti gli altri rapporti del poeta si svolgevano in modo simile, quelli con la principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, o quello con Romaine Brooks, pittrice statunitense o Elena Sangro, diva del cinema muto, e tante altre meno note di quelle citate. Avendo accanto a sé tante donne affascinanti, con nessuna riusciva a stabilire una relazione duratura.

Il superuomo nietzschiano

D’Annunzio fin dalla sua giovinezza rivelava un comportamento narcisistico. Era convinto della sua grandiosità e singolarità e di avere una straordinaria missione da compiere durante la vita. Tale atteggiamento si inseriva perfettamente nell’idea nietzschiana del superuomo, che il giovane poeta sperimentò durante il suo soggiorno a Napoli (1891-1893) e con cui subito si identificò. Secondo Fredrich Nietzsche il superuomo è un individuo libero dalle catene sociali e dai falsi valori morali, e che grazie alle sue doti eccezionali di genio, si ritiene superiore agli altri ed è convinto di avere un mistico incarico da compiere nella vita.

Inizialmente, questo superomismo dannunzaino si manifestò attraverso la sua produzione letteraria. Il pescarese identificò l’idea di oltreuomo con se stesso, ossia con il poeta vate, che grazie alle sue doti straordinarie, le proprie capacità intellettuali e la sensibilità nei confronti della bellezza, è l’unico che può diventare guida per il popolo e per il Paese. In questo modo il poeta voleva distinguersi dalla mediocrità, creandosi una sorta di veggenza, come unico capace di capire il senso della vita e della natura.

Nell’idea dannunziana il superuomo vive una vita originale, piena di emozioni e passioni, in una dimensione estetica in cui la virtù è consacrata all’arte. Per lo più egli non deve seguire le norme sociali create per le masse degli “schiavi”, perché è migliore di loro.

D’Annunzio identificandosi con l’idea di superuomo non si limitò solo alla fizione letteraria. Subito dopo lo scoppio della Grande Guerra, passò dalle parole ai fatti, mise in azione le idee nietzschiane, arruolandosi nelle forze armate per dare la prova delle proprie doti nei panni militari. Infatti, si fece conoscere come intrepido guerriero, pronto a compiere  numerose gesta, come i voli di bombardamento sui territori occupati dall’esercito austriaco, l’incursione dei motoscafi armati contro le navi militari austrounghariche nella baia di Buccar, o il volo propagandistico su Vienna per lanciare i manifestini nel 1918.  

Grazie al suo corraggio manifestato sui campi di battaglia,D’Annunzio fu insegnito di diverse medaglie e diventò un eroe della Grande Guerra, amato dal popolo italiano e poi glorificato anche dal regime fascista.

L’impresa fiumana

Una volta terminata la guera non significò per D’Annunzio la fine della battaglia. Deluso profondamente dalle disposizioni del trattato di pace, nel quale fu completamente omessa la questione di annessione dell’Istria e della Dalmazia all’Italia, il poeta militare organizzò (nonostante la categorica opposizione da parte del governo italiano) un’impresa militare per conquistare e poi annettere all’Italia la città di Fiume (Rijeka), che all’epoca divenne Stato Libero. Il “Commandante”, come lo chiamavano i suoi soldati, entrò nella città alla testa dei suoi legionari e la occupò per più di un anno, mettendo in una situazione imbarazzante il governo italiano. Le autorità sottoposte alla pressione dagli altri paesi europei, alla fine del 1920 decisero di usare le forze armate contro i ribelli per liberare la città e allontanare i legionari, con a capo D’Annunzio,da Fiume.

D’Annunzio e il movimento fascista  

Fatalmente la logica nazionalistica e imperialistica dell’impresa fiumana avvicinava D’Annunzio all’idea fascista. In realtà, il poeta nutriva sempre delle riserve verso il programma di questo movimento, e nutriva anche diffidenze verso il personaggio di Mussolini. I rapporti tra di loro si poteva caratterizzare come una cordiale inimicizia. Il Duce era geloso della grande fama e stima che il poeta godeva tra gli italiani e non solo tra loro, perché la sua produzione artistica fu nota ed ammirata in tutta Europa. Mussolini aveva una ragionevole paura che qualunque parola pronunciata o scritta da D’Annunzio, intellettuale europeo, poteva far tremare il suo regime, quindi trattava il vate con il dovuto rispetto. Tutti i suoi pregudizi nei confronti del poeta furono sintetizzati nella sua famosa frase: „D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro”. Il Duce scelse questa seconda possibilità. Nel 1924 il poeta fu nominato principe di Montenevoso e ricevette dallo Stato Italiano la villa di Cargnacco presso Gardone, sul lago di Garda, che fu da lui trasformata nel Vittoriale, dove si spense nel 1938, non diventando mai membro del Partito Nazionale Fascista.

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