A testa in giù – Silvia Malengo

il

Siamo ormai abituati alla scrittura scarna e cruda di Silvia Malengo, professoressa di lingua italiana a Cracovia, tuttavia, confesso, che, sempre, dopo aver letto i suoi racconti, mi soffermo in una attenta riflessione sui messaggi che la sua narrativa trasmette. Indubbiamente il contenuto di questo racconto trascina i miei pensieri a rovistare in quel caotico e spesso torbido mondo del nostro inconscio che ci spaventa nel momento in cui ci rendiamo conto che le pulsioni incontrollate possono farci commettere azioni che mai penseremmo possibili. E’ bene rifuggire dalle immagini che questi pensieri producono in noi, ma la riflessione su di esse è quanto mai salutare.

Ringrazio tantissimo la nostra scrittrice e mi auguro che anche quest’anno continui a privilegiarci della sua sua insostituibile collaborazione.

Grazie Silvia!

QUELLA MANSARDA OSCURA…

Aveva  seguito l’istinto. Un oscuro, profondo istinto l’aveva avvertita di non reagire.

Dopo, quando fu finito, accompagnò lo stupratore al piano di sotto e gli diede un asciugamano pulito per la doccia. Lo condusse in cucina e gli preparò un panino al formaggio. Lui aveva mangiato il panino, bevuto una lattina di birra e poi l’aveva salutata.

“ Ciao. Tornerò domani.”

Lei non credeva che davvero sarebbe tornato. Così si era preparata anche lei un panino, l’aveva mangiato seduta al tavolo della cucina e poi si era sdraiata sul divano del salotto accanto al telefono. Sentiva il sangue sgorgare caldo e bagnarle le cosce. Aveva provato a telefonare a tutte le sue amiche , ma era la vigilia di Ferragosto. Domenica per di più. Le uniche conoscenti che aveva trovato in casa, erano una zitella cinquantenne che si era messa ad urlare come se avessero violentato lei e una ex-compagna di scuola, ora studentessa di medicina.

“Ho un’emorragia…” Aveva sussurrato. E si era girata sul divano di pelle che il caldo le aveva appiccicato addosso come un cerotto.

“ Che cosa ti è successo?” L’amica era in vacanza sul lago. Lei sentiva attraverso il telefono l’aria “Ho fatto l’amore….”   Perché non aveva detto,

“Sono stata violentata.” ? 

“A quella parte lì, non siamo ancora arrivati. E nel terzo anno.”

“Ah, non importa….” Allora aveva poggiato giù il telefono e ascoltato la voce sottile della solitudine, il suono polveroso del silenzio. Ascoltava i pomodori che crescevano nell’orto, oltre la finestra spalancata.

Ascoltava l’allungarsi languido delle pietre sulla terrazza, che riemettevano il tepore del sole…Ascoltava….

        L’AMORE A TESTA IN GIÙ

Guardandolo. Una tuta da ginnastica azzurra ed un paio di ciabatte. Vide che si era appena lavato i piedi. Erano bianchi. “Si è lavato i piedi. “ Penso. Prima di andare con una ragazza ci si lavano i piedi. E mentre camminavano verso le carovane del circo, non poteva distogliere il pensiero da quel particolare.

L’interno della casa viaggiante era drappeggiato di velluto rosso. Dal letto erano state tolte lenzuola e coperte. Lei era nuda e lui ancora vestito. Gli appoggiò il viso sul petto. Non si era fatto la doccia. Non prima di venire da lei. Solo la sera prima. Si, la sera prima. Perché il suo corpo non aveva odore, soltanto un lievissimo sentore di sudore notturno, sotto l’ascella.

Però la sua pelle non era fresca, non odorava di acqua.

Era ancora lievemente appiccicosa ,come dopo una notte di sonno.

Ha fatto la doccia ieri sera,prima di andare a dormire.

Stamattina, prima di venire ad incontrarmi si è soltanto lavato i piedi. Soltanto.

Questo le dava la consapevolezza del proprio valore..

             VUOTO- ASSENZA

……………………….

Lui non sapeva abbracciare. Non sapeva baciare. Non sapeva fare l’amore. Soltanto saltava e strillava, come una scimmia. Gettava i piedi per aria e faceva smorfie e versacci. Le puntava un dito contro e rideva. Rideva,rideva.  Rideva di lei. Lei lo guardava senza scomporsi. Non era un uomo. No, non un uomo.

Qualcosa in lui mancava. Ecco perché continuava ad agitarsi, dimenarsi e ridere. Stranezza: il suo non –essere. Non aveva anima. Era una caricatura. Come si può far l’amore con una caricatura ?

Nel cuore della notte era balzata a sedere nel letto.

Si era girata a guardarlo, addormentato accanto a lei ed ecco cosa aveva pensato: “cosa faccio qui? Chi e quest’estraneo?”  Ecco ,cosa aveva pensato.

Lui non era bello quando dormiva. Aveva gli occhi gonfi ed i capelli scomposti, e di lui non le piacevano nemmeno i piedi. Erano rosa e morbidi con le dita lunghe. Perché sono qui? Voglio andare a casa!

Fuori della finestra, al quarto piano ululava il vento. La tenda gialla era tirata. In un impeto di nostalgia e di panico, lo aveva scosso per le spalle. “Svegliati! Svegliati ! “    Non lo aveva chiamato per nome, il suo nome non lo aveva mai pronunciato, né prima, né quella notte. Il ragazzo le aveva spalancato in faccia gli occhi. Occhi stralunati.  “Cosa c’è ?”

“Voglio andare a casa.” Si era alzata, cercando a tastoni i vestiti sul pavimento.

“ Adesso?”

“Adesso.”

“Ma sono le tre di notte!”

“Devo tornare! “

Lui sollevo la trapunta. “Domattina torniamo. Adesso no.”

Lei lasciò ricadere i pantaloni. Nella stanza c’era odore di dolci fritti e la gatta, svegliata dalle voci, si stiracchiava, ronfando. Lei allungò una mano ad accarezzarla. La gatta inarcava il dorso e si strusciava contro le sue gambe.

“Non accarezzare la gatta! Accarezza me !”

Era un ordine, non una richiesta. Lei ebbe un brivido di freddo. Era nuda. Il suo reggiseno giaceva in un angolo, accanto all’armadio. Si rinfilo sotto la coltre, contro il corpo di lui, ad occhi aperti ,con la guancia appoggiata al suo stomaco che brontolava e gorgogliava.

Lui si riaddormentò. Dormiva. Lei d’un tratto si rese conto di cosa mancava. Non c’erano che due corpi. Ascoltava dentro di sé. Non udiva nulla. Nessuna voce echeggiava contro le pareti del cuore. Dentro di lei, soltanto silenzio.

        IN VIAGGIO

Gli occhi piccoli giravano nelle orbite.Lucevano ,lascivi. Sotto i baffi scuri, pendevano due labbra grosse.

Mani dalle dita lunghe. Le mani agivano sole, distinte dal resto del corpo. Sul treno le aveva massaggiato i muscoli del collo. Lei aveva finto di dormire. Sentiva la sua mano tirarle indietro le ciocche di capelli, sfuggite alla treccia. Non provava nulla. Né piacere, né affetto, né repulsione. Nulla. Ascoltava quelle dita e lo sferragliare del treno…..

LA PRIMAVERA DEI TUOI ANNI

Quelle manine morbide. La toccavano,fredde e schifosamente morbide.

  La pelle odorava di vecchio.

La madre si dondolava sulla sedia, con la sua pancia di sei mesi che anche sembrava vecchia. Si lamentava del marito, all’estero per lavoro.

“ Non vuole tornare.Non vuole più tornare.Aveva due settimane di ferie ed e andato in Scozia.Adesso si sente un giovanotto!”

E l’uomo rideva,con la sua risata chioccia,mostrando i due incisivi nella bocca sdentata.

Lei era sdraiata sul letto ,come un corpo morto.

Sentiva sotto di sé il copriletto ruvido,che le pungeva la pelle. Non parlava. Subiva il massaggio.

Era buio. La tapparella abbassata,la luce spenta.

Le mani correvano sulle sue gambe, si infilavano nell’inguine, come topi in un buco o sfioravano il seno,appena sbocciato, dei quattordici anni.

Maledetto! Maledetto!

La madre non vedeva nulla.Non sentiva nulla.

Non vedeva forse la rigidezza del suo corpo, la vergogna che paralizza..?

   Vedeva solo se stessa. La sua gravidanza e la sua scontentezza.

Molti anni dopo aveva detto.

“Io allora, andavo a piangere in cantina…..’”

Stupida che era! Non piangeva a sufficienza!

Si era dimenticata di avere una figlia adolescente?

Credeva forse che lei fosse il garzone della spesa?

Vai dal salumiere, vai dal lattaio….dal fruttivendolo…

Pulisci i pavimenti, scopa la scala, raccogli le foglie…

Lo strano era che a lei quei lavori piacevano.

Si sentiva utile, orgogliosa.

E poi era venuto l’autunno ed il padre era tornato.

 Adesso era anche peggio.

Freddo umido. Porte e finestre chiuse.

Stavano in casa. Cinque persone a darsi fastidio.

 Le grida dei fratelli che giocavano ed il livore della madre che covava l’odio, la nostalgia del padre per l’isola e la vita da scapolo che aveva lasciato.

  Tutto si scontrava.

L’uomo veniva sempre più spesso.

 Il padre della maestra. Cosi avevano fiducia in lui.

Che strano. La mamma cosi sospettosa…..

Quella pancia a balcone con i pantaloni che cadevano giù, larghi e la cintura che lui allentava e slacciava,quando erano soli, chiusi nella camera dei bambini.

 Sentiva i colpi dei fratelli sul vetro della porta e la voce della mamma. “Ssst! Non disturbate!”

    Era perduta. Poteva solo aspettare che finisse.

Fluttuava nella stanza quell’odore di aglio maldigerito

e di borotalco, misto alla puzza del sudore e un afrore strano che gli veniva dall’inguine.

   Sapeva di non avere diritto a nessuna protezione.

Era lei a dover proteggere la famiglia. 

La mamma,incinta e affranta dalla fatica, il padre triste e affranto dalla nostalgia.

  Allora che contavano le sue preoccupazioni?

Le era stato raccomandato.” Non creare problemi,

la mamma è nervosa perché deve nascere il bambino…!”

I suoi occhi spalancati in una muta implorazione, passavano inosservati.

La carrozzina nuova, lussuosa da cinquantamila lire.

Il lettino bianco, cromato.

  Lei non aveva le scarpe invernali.

Gambe ghiacciate all’andata ed al ritorno da scuola.

  Nessuno ci aveva pensato.

Sei grande. Lo sentiva ripetere ad ogni ora del giorno, in tutte le sfumature ed in tutte le salse.

  E l’uomo veniva.

L’aspettava alla fermata dell’autobus, la incontrava

“per caso” nel buio serale, quando lei andava ai negozi

o in palestra.

  Filo spinato. Un periodo di filo spinato.

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