Spettri – Giulia Urso

Recentemente ho brevemente accennato al prorompente bisogno o desiderio, da parte di persone di ogni età, di far conoscere al pubblico (inteso come “gli altri”), tramite qualsiasi canale mediatico possibile e immediatamente a portata di mano, la propria voce interiore che, taciuta in situazioni di cosiddetta “normalità” , trova invece – in questo lungo periodo di costrizioni e sofferenze – il modo di farsi sentire, talvolta sussurrando, altre volte gridando. Restiamo stupiti dai toni, dai colori, dai suoni di questa voce sconosciuta a noi stessi. Dapprima facciamo fatica ad accettarla e a riconoscerla, come se appartenesse ad una entità estranea a noi, poi, pian piano, l’ascoltiamo con attenzione, cerchiamo di capire che cosa ci voglia dire e scopriamo che essa conosce tutto di noi, le cose che non abbiamo confessato mai a noi stessi sbattendoci in faccia quelle realtà che abbiamo volutamente o no, cercato di ignorare. Ma ci fa anche sorridere, ci fa scavare antichi e piacevoli ricordi…Insomma, da questa voce non riusciamo più a separarci perché, alla fin fine, in questa forzata incomunicabilità, essa ci fa compagnia, si rivela amica inaspettata e la sua presenza finisce anche per avere una funzione terapeutica per i disastri causati alla nostra psiche dalle brutture che ci circondano.

Il bellissimo racconto autobiografico di Giulia Urso, nostra gradita collaboratrice, che oggi propongo alla vostra attenzione, riguarda appunto il momento di una profonda riflessione che il ritorno al proprio luogo di origine, fa scaturire nella mente della ragazza. Un ritorno ad un passato in cui l’illusione di ritrovare quel che la nostalgia e i ricordi aggrovigliati nel suo cuore nel tempo della lontananza, si infrangono nell’attimo in cui la realtà svela i crudi cambiamenti del tempo.

Grazie Giulia, mi riporti alla mente le stesse sensazioni che provai quando lessi per la prima volta “La luna e i falò” di Cesare Pavese.

Guido Parisi

SPETTRI

Forse adesso risento della botta di questo 2020. Camminavo spensierata per le strade delle mie città, per quei luoghi che mi hanno accolta. Mi godevo la vita, le amicizie, le esperienze, l’Erasmus, i miei vent’anni. Camminavo e vivevo, ma non mi accorgevo dell’ombra degli eventi di quest’anno, eventi che inevitabilmente hanno travolto anche me. C’era un qualcosa di dolce, ingenuo, nell’arroganza che porta con sé la giovinezza. Ci sentiamo davvero invincibili, come quando tutto il mondo sta risentendo degli effetti di una pandemia, ma noi stiamo lì a credere di vivere i momenti più belli in assoluto; nel pieno della nostra ὕβϱις non vediamo le fiamme in cui è avvolto il mondo, andiamo semplicemente avanti. Tutto ciò è bello, è potente, finché anche noi non sbattiamo a muso duro sugli eventi che stavano lì ad aspettarci. Sui percorsi che dovevamo intraprendere, sugli sbagli che dovevamo inevitabilmente commettere, e su quanto, intorno a noi, doveva inevitabilmente cessare di esistere, doveva iniziare a spegnersi.

Ciascuno di noi è stato toccato, in via del tutto singolare e personale, dagli effetti degli eventi di quest’anno. Forse la colpa non è neanche del 2020 in sé, la pandemia, l’emergenza climatica, la nostra psiche fragile, il nostro futuro incerto, la nostra salute trascurata, sono tutte cose che si sono costruite lentamente negli anni precedenti, forse ora li abbiamo solo visti, forse ora le bombe sono semplicemente esplose. Ma chi ha fabbricato questi ordigni? E chi li ha messi al loro posto? Il 2020? Non credo proprio.

Anche io sono alla fine arrivata incontro alla lezione che quest’anno voleva darmi, al rallentare con l’università, al non sottovalutare la presenza di parenti e amici, al non sottovalutare la salute, all’esplodere dei pensieri della mia testa, ma anche all’esplodere della mia arte, al concretizzare progetti impossibili, al concludere certi percorsi, al realizzare che non siamo ancora arrivati ad un punto, che la strada da fare è ancora tanta e che il viaggio non è finito qui.

Ho vissuto quest’anno continuamente lontana da casa, mi trovavo all’estero quando la pandemia è esplosa, e ho visto da lontano la paura e il virus diffondersi e prendere possesso dell’Italia, far tornare preoccupazioni, far chiudere aziende, palestre, luoghi di lavoro e di aggregazione, trasformare le persone e darle in pasto alle loro paure, farle chiudere in casa e dentro sé stesse. Una prigione nella prigione, dove per l’altro e la nostra relazione con esso c’era sempre meno spazio.

Dopo molti mesi in Austria sono finalmente tornata in Italia, sono tornata ai luoghi che mi appartenevano da più tempo, a quelle città che mi hanno sempre divisa, dove voglio sempre tornare e andare via allo stesso tempo. Dopo i primi tempi in cui mi sono sentita in preda ad un’euforia d’amore per quella che è diventata la mia seconda casa, con la gioia del ritorno, del ritrovare le vecchie mura, vecchi amici e abitudini di vita, ho iniziato dopo qualche mese ad avvertire il piede più stanco, l’aria più pesante e più gelida, i visi più severi, le facciate più alte. La gioia del ritorno era stata sostituita da un claustrofobico magone, e lì ad aspettarmi, con un sorriso sornione stampato sul volto, ci stava di nuovo la voglia di scappare. Chiudere tutto, valigie, porte, amicizie e progetti. Chiudere tutto e andare via. Nuovamente all’avventura, nuovamente alla ricerca di una novità che mi avrebbe fatto tornare l’entusiasmo e la gioia.

Purtroppo non è così semplice ora come ora andare via, ci mancano le possibilità, mancano i permessi per viaggiare, per trasferirsi; e poi c’è la vita lasciata precedentemente in Italia, quella chiede con tutta forza di essere portata a termine. Non essendo possibile viaggiare all’esterno cogliamo l’opportunità di viaggiare all’interno, di noi stessi, delle nostre case, delle nostre città, delle nostre regioni e del nostro Paese.  Sono così tornata in Sicilia, al mio punto di partenza originario, al mio balcone dal quale vedo il mare ma al paradosso dovuto all’impossibilità di toccarlo quel mare, perché si trova in un altro comune. Sono tornata al mio luogo d’origine ma senza la possibilità di godere a pieno titolo di tutti gli elementi che quell’origine la costituiscono. I primi giorni passati aspettando l’esito del tampone mi hanno tenuta lontana dalla famiglia in senso stretto, i giorni rossi mi hanno tenuta lontana da quell’altra famiglia, un po’ più allargata, da chi si sta spegnendo, da chi forse al mio prossimo ritorno già non ci sarà più. Ho dovuto usare i pochi giorni a disposizione per rivedere alcuni amici e scegliere chi tra questi. Ho dovuto scegliere quali luoghi visitare, quali città, se il mare o il vulcano, se la piazza o il mercato, se la città dei tempi del liceo o quella dell’università. Quante microscopiche parti di me sono sparse in ognuna di queste scelte, e quante sono stata costretta ad ignorare e a posporne l’incontro, l’incontro con la mia origine, con i miei punti fermi. Ora che questi punti mi servono come non mai.

Sarà stata l’impossibilità di godere a pieno della mia terra, saranno stati i mesi distanti, gli affetti distanti, i progetti distanti, non è ancora chiaro cosa, ma qualcosa è cambiato. Terra mia non ti ho mai sentita così, non ti ho mai avvertita così spoglia e distante, non mi ha mai fatto così rabbia l’assenza di futuro, non ti ho mai vista così dolce e accogliente, ma allo stesso tempo senza nulla da poter offrire.  Cammino per quel che mi è concesso delle tue strade, rivedo i palazzi che ho lasciato, i personaggi che hanno popolato quella vita di non molti anni fa ma che adesso suona come un mix di vite precedenti. Tutto sembra avvolto dalla polvere, ingrigito, fermo, immobile, senza possibilità di aprirsi e rinnovarsi, tutto sembra rappresentazione di un passato glorioso ma adesso abbandonato e decadente.

C’è una forza e un’energia che non ho trovato mai da altre parti, c’è una natura viva e pulsante, l’aria è più buona e le facciate sono più accoglienti, la gente è più sorridente e l’amore è più puro. Qui mi sento accolta e aspettata, qui mi sento amata e rispettata, qui mi sento serena e voluta, ma qui sembrano anche tutti spettri, immobili nelle loro routine in attesa che arrivi il momento successivo delle loro vite, senza alcuna speranza concreta di un miglioramento. Sono spettri gentili quelli che mi sorridono, ma restano spettri. Sono accoglienti le facciate dei decadenti vecchi palazzi che mi circondano, ma restano palazzi vecchi, decadenti.

Per la prima volta mi chiedo, dove sia il mio posto: nel dinamismo delle città europee? In quella che io ho ultimamente voluto considerare la mia nuova casa? O forse non è più così? Forse voglio cedere anche io a questo incantesimo soporifero che ha avvolto i luoghi delle mie origini, voglio tornare anche io a tutto quello che stava lì, che mi ha sempre immobilizzato ma che ora sembra alleggerirmi il cuore. Ne varrà la pena, lasciare tutto per tornare al porto sicuro? Liberarmi sì di tutti questi pesi, per diventare anche io l’ennesimo fantasma?

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