Silvia Malengo IL GALLO HA CANTATO

111Silvia

Oggi è la volta di Silvia Malengo, poliglotta e docente di italiano a Cracovia. Intellettuale di notevole spessore culturale, ci delizia con un racconto il cui titolo, “Il gallo ha cantato”,  è di per sé un enigma, ma nello stesso tempo echeggia note di sinfonie “gialle” associate ad Agatha Christie o a Georges Simenon. Consiglio soprattutto gli appassionati di lingua italiana di leggerlo e rileggerlo attentamente anche per arricchire lessico e strutture sintattiche.

Grazie Silvia, la tua quarantena ha spronato la tua fantasia e il tuo estro letterario. Allora è proprio il caso di dire che “Non tutto il male viene per nuocere”. Auguri e alla prossima.

Note biografiche

Da sempre appassionata di letteratura, storia ed etnografia. Negli anni 1977-1984 si dedica allo studio e al’ approfondimento della lingua e della cultura giapponese compiendo diversi viaggi in Giappone. Riesce a realizzare la sua passione per l’insegnamento già dai tempi del liceo, a diciotto anni le viene chiesto di insegnare in due corsi organizzati da una multinazionale giapponese: per i direttori e per le loro mogli. Continuerà questa attività fino al 1986. Nel 1986 giunge per la prima volta in Polonia con un viaggio di volontariato, stringe amicizie e contatti, incomincia a studiare la lingua polacca. Nel 1990 dopo aver ricevuto una offerta di collaborazione con la facoltà di filologia italiana dell’ Università Jagiellonica si trasferisce stabilmente a Cracovia. Da quel momento si impegna nella diffusione e nell’ insegnamento della lingua italiana. Insegna successivamente in alcuni licei di Cracovia, in scuole di lingue, organizza corsi di gruppo e individuali per studenti e appassionati di lingua e cultura italiana. Sviluppa successivamente l’insegnamento dell’ italiano per i diversi settori, tenendo corsi per i collegi teologici, per medici e infermiere, per storici dell’arte e restauratori etc. Si dedica anche alla traduzione di tesi di laurea, tesi di dottorato in teologia, filosofia, architettura, medicina, letteratura e storia dell’arte. Dalla meta degli anni duemila tiene corsi anche per gli impiegati delle multinazionali unendo all’ italiano standard e all’ italiano letterario anche l’italiano per il business. Da alcuni anni ha aperto un’ attività in proprio, organizza e tiene corsi individuali e di gruppo, sempre più concentrati sulla cultura e civiltà italiane. Ultimamente organizza corsi basati sul metodo storytelling. Adora leggere e dedica alla lettura ogni minuto del suo tempo libero autodidatta continua e approfondisce gli studi in diversi campi. Nei momenti liberi scrive novelle, feuilleton e brevi reportage. Ama dipingere con la penna risvegliare in chi legge un’ emozione, un sentimento. Sua figlia la chiama “Signora Dickens”.

Silvia Malengo, nata a Milano nel 1960.

IL GALLO HA CANTATO

Baffi biondi e capelli color sabbia. La faccia larga, un po’ piatta, lo sguardo mite, occhiceruleo.

Quando la guardava, lei scorgeva un lieve tremito propagarsi sul suo volto . Le mani grosse e ruvide tormentavano il risvolto della giacca. A volte le teneva dietro la schiena, dondolandosi sui piedi.

Lei fissava le vene sul dorso delle mani, i muscoli sodi delle braccia, sotto la camicia.

“ Helenka…..”

Il folto degli alberi era verde, verde…..Nel campo l’erba alta ondeggiava al soffio del vento.

Piego la testa di lato e lo osservo. Fili chiari nei capelli, spalle larghe, ventre piatto…..

I galli cantavano all’alba.

Le mani. Indurite dal lavoro, piatte come una spatola….

La bottiglia di wodka sotto il braccio .La trasparenza maligna del liquido…

 

I capelli biondi le piovevano sulle spalle. Si chinò a raddrizzare un calzettone che le era sceso alla caviglia.

Il ragazzo sorrise :” Helenka….”

“ Torno a casa adesso….”

La guardava camminare, con i libri di scuola sotto il braccio e la sporta della spesa. Il seno premeva contro la camicetta.

Gli occhi di lui si socchiusero, si strinsero.

Nel sole cocente un soffio di vento freddo. Senti il calore salirgli in corpo, come avesse bevuto. Salì lentamente dentro di lui, gli arrivò agli occhi; vide tutto divenire rosso e al centro di quel rosso il petto della ragazza che si sollevava e abbassava, sollevava e abbassava….

Era gonfio e rotondo.

Helena si fermò davanti ad un cespuglio di lilla, depose a terra la sporta e si alzò in punta di piedi, afferrandosi ad un ramo colmo di infiorescenze. L’intensità del profumo la stordiva. Strappo alcuni ramoscelli. La polvere si sollevava dalla strada. Sandali bassi e calzettoni si riempirono di terriccio polveroso e sassolini.

La gonna a pieghe le fu sbattuta indietro da un soffio di vento.

Dietro il cespuglio si udiva il chiocciare delle galline che razzolavano nella polvere.

Il ragazzo teneva le mani affondate nelle tasche.

Lei alzò gli occhi e lo vide. Il profuno dei lilla si fece più  acuto.

In lontananza un gallo canto. Due bambine passarono, tenendosi per mano. Ridacchiarono, ammiccando .

Tornò verso casa stringendo un fascio enorme di lilla.

Un ubriaco le passò accanto barcollando. Il vento caldo alitava sulle cime degli alberi.

Da una finestra aperta giungeva il gracidare della radio.

Helenka era alla fermata dell’autobus. Scosse la treccia.

Il ragazzo era lì ,di fronte a lei.

Lo fissava, sentendo quell’odore forte e strano, diverso. L’odore di lui.

Quella diversità l’affascinava.

Il giovane parlò : “ Ti piace ballare?”

Lei sorrise e inclinò la testa, toccandosi la spalla con la guancia.

Lasciò passare due autobus.

Il ragazzo era sempre li. La giacca pendeva dalle spalle robuste.

Dietro la casa di legno sbucarono due bambinetti cenciosi.

Una vecchia con un fazzoletto in capo ed il volto scuro, incartapecorito dal sole, la chiamò. “ Helenka! Helunia!”

Corse via. Egli raccolse il nastro che le annodava la treccia.

Lo strinse nella mano. Fissò nel fitto degli alberi.

 

Sedeva sulla panca di fronte alla casa. Bambini dalle teste color sabbia,ruzzavano nella strada. Una folata di vento portò il profumo dei lilla. Subito dopo torno l’odore basso e penetrante dei maiali.

Rimase sospeso sulle case . Si addensò sopra la panca.

 

L’alba. Il primo canto del gallo ruppe il silenzio della notte.

Si alzò il chiarore nebbioso del primo mattino.

Tutti i galli cantarono al nuovo giorno che si levava.

Apri gli occhi. Giro lo sguardo attorno. Dalla bassa finestrella entrò un raggio di luce. Una voce venne dall’altra stanza.

“Marek ! Marek!” la madre lo chiamava.Udì l’acciottolio dei piatti e ebbe nelle narici il profumo della salsiccia bollente. Si levò.

Il volto della ragazza fluttuò sospeso nel limbo dell’alba. Sulle prode dei fossi cresceva l’erba alta. Il verde splendente correva nei campi.

 

Mezzogiorno.  Attorno alle basse casette di legno, razzolavano i polli.

Un enorme cespuglio di fiori bianchi cresceva dietro la casa.

Nel silenzio greve, un lontano abbaiare di cani.

Una bimbetta con le treccine arruffate sedeva sui gradini e impastava terra bagnata. Un gruppo di uomini stava attorno a qualcuno, sdraiato nella polvere della strada. Sui nudi torsi abbronzati luccicava il sudore.  La bimbetta si avvicinò e sporse il capo incuriosita. L’uomo sdraiato a terra era giovane. Si contorceva scosso da violenti conati di vomito ,ma dalla sua bocca non usciva nulla. Gli altri lo fissavano con stolidi sguardi, vacui. La bambina fece un altro passo in avanti.

Nessuno fece nulla per allontanarla.

Un ragazzo lo tocco con il piede. “ Da quando beve?”

Gli altri alzarono le spalle. Tra una convulsione e l’altra, l’uomo giaceva bocconi, con le gambe ripiegate sotto. Un gigante con la pancia strabordante gli montò addosso, stringendogli i piedi contro le costole. Rimasero li, finché le convulsioni non cessarono, poi qualcuno lo aiuto ad alzarsi e lo sorresse fino alla panca vicina alla casa.  La bimbetta li seguì, strascicando le ciabatte nella polvere.

 

Le  cinque del pomeriggio. Le bambine della Prima Comunione

Uscivano dalla chiesa, sparpagliandosi per le strade. Vestitini bianchi e coroncine di fiori sulle testoline bionde. Sotto l’ombra dei tigli, sprazzi di luce. Una bambina si china a riallacciarsi il cinturino della scarpa. La coroncina le scivola sugli occhi. Qualcuno allunga una mano e l’afferra prima che cada. La bambina alza gli occhi sorpresa.

“ Marek! “  sorride.  Anche il ragazzo sorride e le risistema la coroncina sui capelli.  E Agnisia , la figlia della sorella.

La bambina corre via. Un bagliore di sole nei capelli sottili, ed il candore del vestitino bianco. Il fruscio della vaporosa sottogonna che tiene stretta .

La vede avvolta nella luce dorata del tramonto.

 

Tornò verso casa. Un uomo pochi passi avanti a lui camminava barcollando.  Marek gli fissava i piedi mossi da un ritmo ineguale,

senza pensare a nulla. L’uomo si fermò, appoggiandosi con la mano ad una pianta.

Lo sorpassò. Una donna uscì da un cancelletto di legno e si pulì le mani nel grembiule. “ Andrej ! Andrzej ! Vieni a casa….!”

L’uomo appoggiato alla pianta la fissava con lo sguardo reso vitreo dall’alcol.

Il ragazzo svoltò nella stradicciola sulla destra. Enormi cespugli fioriti di violetto, nascondevano quasi completamente l’abbandono di una vecchia casa con il tetto coperto di paglia. Alle finestre erano ancora appese tendine bianche. Da una stradina laterale sbucò all’improvviso

la ragazza. Egli si arresto sorpreso.  Lei sorrise abbassando gli occhi.

Marek si ficcò le mani nelle tasche, dondolandosi sui piedi.

La ragazza gli passò davanti, abbassando ancora più il capo e spiccò una breve corsa. La treccia le danzava sulle spalle. Fatti alcuni passi

Si fermo e si voltò. I larghi zigomi di lui si aprirono in un sorriso.

Il volto di lei si illuminò lentamente. Sbatté indietro la treccia e corse via. Gialli ireos crescevano rigogliosi contro la baracca di legno.

Sedette dinanzi al piatto di zuppa fumante. Negli occhi aveva ancora la bambina vestita di bianco e il petto pieno della ragazza con la treccia bionda. Si sentiva il cuore colmo. Riebbe in sé il candore del tulle e la manina che stringeva l’ampia sottogonna.

Il fruscio del pizzo ingigantì dentro di lui e d’improvviso ebbe nelle nari e nel sangue il profumo di fieno della treccia bionda  di Helenka.

Senti qualcosa dentro gonfiarsi e premere. Uscì dietro il pollaio.

Una ventata di profumo lo stordì.

Tutti i profumi mescolarsi e il vento carezzarlo. Sussurrava …..

Sussurrava…..

Tra le braccia di Bozenka ,nel grano verdazzurro. Il nudo torso di lui luccicava al sole del tramonto. Bozenka…Occhi verdi dal taglio leggermente a mandorla. Era brava Bozenka! Lo sapevano tutti i giovani della Gorka.!

Marek si sollevo da lei e rise. Tornò a casa.  Il vento sussurrava strane cose…..

 

“Helunia ! Helenka!”  La voce della vecchia vibrò nell’aria.

La ragazza sollevò la testa dal ricamo.

“Helunia, dov’è Karolina ?”

“ Era qui…..Karolinka !!” un lungo richiamo in cui già vibrava l’angoscia.  Corse fuori. Il cancelletto era aperto. “Karoliniu !!”

Si affacciò nella strada. Teste scarruffate si sollevarono dai giochi nella sabbia. Una piccina con i grandi occhi scuri e le gambette storte trotterellò verso di lei. Helena corse a prenderla in braccio.

“ Karolinka !”

 

Sul sentiero.

“Vieni con me…vieni….”  La prese per mano. Il grano sussurrava nei campi. Una mucca nel pascolo accanto all’orto, muggì  puntando il muso verso di loro. Un lungo muggito, acuto, rabbioso.

Helenka rabbrividi. Fece un passo indietro, tirando la mano di lui.

Egli rise. “Non aver paura….” Il suo palmo era umido di sudore.

E un lungo richiamo simile al gemito della mucca arrivò traverso l’aria.  : “Helena !! Helenka!!’

Lei svincolò la mano. “ Devo tornare a casa !”

Egli la riafferrò. Non voleva lasciarla . Lo guardò, d’improvviso spaventata.   “ Lasciami ! Devo andare a casa !”

“ No, vieni….”

“ Marek, lasciami !”

La mano di lui scivolò sul suo petto.

“ No ! “  Corse via.

 

Il vento sussurrava tra il grano. “ Senti……sentii….”

Lei si fermò ad ascoltare. Voleva dirle qualcosa. Il vento voleva……

Ma cosa ?  Riusciva a capire solo “ sentii……”

Un uccello sollevandosi dal grano, lanciò il suo grido. Un altro gli fece eco. Helena si voltò. Volavano in ampi cerchi sopra di lei.

Anche l’acqua del fossato sussurrava qualcosa. Era…….

 

“Marek ! Marek!” in fondo alla strada, una voce acuta.

Helenka abbassò il capo sul secchio. Si sentiva il volto in fiamme.

I capelli biondi le scivolarono in avanti.

 

La sollevò tra le braccia e la ragazza  dai lunghi capelli di seta, gli strinse le gambe attorno ai fianchi. Era giovane. Tredici anni.

Helenka aveva solo tredici anni. Un viso ancora da bambina.

Se non fosse stato per il seno, avrebbe potuto ancora indossare il vestito della Prima Comunione.

La vide accanto all’albero ,dietro la casa, vestita di bianco, i capelli sciolti.  L’albero mosse i rami e l’immagine svanì.

 

 

Helenka chinò il capo e si lisciò le pieghe del vestito. Fece una giravolta e la gonna si sollevò, ruotando attorno ai fianchi.

I colori vivaci si fondettero in un vortice di splendore arcobaleno.

 

La vide di lontano. Stava seduto contro la baracca degli attrezzi.

I colori della gonna e il biondo grano dei capelli erano una macchia vivida nell’aria chiara del pomeriggio di maggio.

Lei sentiva nell’aria calda, ovunque la sua presenza.

Vedeva laggiù la figura dell’uomo ,con i pantaloni da lavoro e le scarpe sfondate.

Fece un’altra giravolta, sbattendo i fianchi per far ondeggiare la gonna. Corse sul retro della casa. La chioccia con i pulcini aveva trovato il cancelletto aperto ed era entrata nell’orto.

Il secchio dell’acqua era posato accanto al basso steccato di legno.

Si inginocchiò con la gonna sparsa attorno e fisso il volto riflesso nell’acqua. L’ azzurro chiaro degli occhi fluttuò per un istante nella limpidezza argentea. Cautamente ,uno per uno, allentò i lacci e sganciò i bottoni del corpetto. Il seno gonfio premette contro la stoffa.

Lentamente scostò la camicetta ricamata.

Fissò lo sguardo sull’immobile specchio dell’acqua.

Un gallo lontano canto.

Non si era mai guardata. Un improvviso sospiro di soddisfatto orgoglio le sfuggi. Il suo petto era rotondo e sodo. Vi fece scivolare sopra i capelli. Un fruscio improvviso la distrasse. Si richiuse di scatto il corpetto e corse nell’orto a scacciarne la chiocchia.

 

L’aspettava alla fermata dell’autobus o dietro il grande cespuglio di lilla. Se lo trovava davanti all’improvviso, il volto chino, le braccia penzoloni , i pantaloni troppo larghi ed il ciuffo biondo sulla fronte.

Ne era felice e a volte turbata.

Si svegliava la notte e andava alla finestra. L’abbaiare dei cani nella strada, il silenzio dell’oscurità. A volte non riusciva a ricordare i lineamenti del suo viso, a volte risentiva d’un tratto l’odore di lui,

quell’odore forte e strano. Marek….Marek….

 

Lo vide una notte davanti a casa, accanto al cancelletto di legno.

Nel buio scorgeva solo la sua ombra. Un’ombra scura che si spostava inquieta contro il basso steccato. Riconobbe le spalle di lui, leggermente curve in avanti. Udì un cane ululare nel buio ed un latrare vicino improvviso. Appoggiò la mano contro la finestra e fece per chiamarlo. Ma d’improvviso seppe che non doveva. Egli si dondolava sui piedi, colpendo con leggeri calci lo steccato. Non guardava verso di lei. Sembrava assorto in sé. Helena si spostò dietro la tendina e rimase lì finché non lo vide allontanarsi, il passo lievemente strascicato.

 

L’acqua del fossato gorgogliava.

Piume di gallina nell’erba verde. Helenka teneva per mano la sorellina.  La bambinetta   corse a vedere.

“ Non avvicinarti all’acqua !”  Helenka gridò .

“ La! La! Helenka guarda !” La piccina correva sulla proda.

“ Un cane ….ha ucciso una gallina…’’

Karolina tirò un sasso nel fosso. Helena fissò l’acqua. Qualcosa

galleggiava…..

“ Helenka….”

Il ragazzo era là, sulla strada, oltre il campo di là dal fossato.

Karolina sorrise  . Il giovane ammiccò e le strizzò l’occhio.

Un pianto di neonato venne dal gruppo di baracche di legno. Le ultime case del paese.

 

 

Helena lo scrutava di sottecchi, quando egli tornava dal lavoro a metà pomeriggio. Seduta per terra , giocava con i bambini nella polvere della strada. La treccia le penzolava dietro la schiena.

Si chinò in avanti per raccogliere un sassolino e il seno ondeggio dentro la camicetta di stoffa leggera.

I loro occhi si incontrarono.

 

Aveva i capelli d’oro pallido.Lunghissimi e diritti le creavano attorno al volto un’aura luminosa.  Il viso lievemente tondo, gli occhi ancora

da bambina  . Lui contemplava la solare luminosità dei capelli.

Seduto sulla panca davanti a casa, osservava lei con i bambini di la dalla strada. Il biondo chiarissimo nell’aria limpida ed il petto rotondo…

Vorrei che fosse mia……

Quando muoveva il capo con uno scatto improvviso o quando alzava una mano a scostarseli   dagli occhi, allora i capelli erano il colore biondo argenteo della luna nelle notti estive. Vorrei che fosse mia….

.

A volte le sembrava che lo sguardo di lui somigliasse  a quello delle mucche che pascolavano nel campo. Mite, vacuo,privo di intelligenza.

Ma quando si trovava a fissare il torace abbronzato ed i bicipiti poderosi sentiva uno strano fremito nascere dentro di se.s

Gli piaceva accarezzarle i capelli. Sedevano sulla terra battuta del sentiero con le spighe di grano che solleticavano la schiena o in riva al fossato sotto i salici sussurranti. Le carezzava i capelli e lei aspirava il suo odore. Chiudeva gli occhi. La sua mano tra i capelli…un fremito nel ventre come una scossa fino alla punta delle dita..Marek….Marek…

Rimaneva li ad occhi chiusi, il volto levato  a farsi accarezzare. Sinché non udiva una voce che la chiamava.

 

A volte egli la chiamava. Quando era solo.A meta pomeriggio la madre non era ancora tornata dalla fabbrica.

Lei non osava neppure avvicinarsi al cancello.Stava dall’altra parte della stradicciola, strusciando con le gambe gli ireos violetti,

le mani dietro la schiena, il mento basso e scuoteva il capo.

“ No. Non vengo. No. “

Egli sapeva che lei non avrebbe mai oltrepassato il cancelletto.

Stava sempre dall’altro lato della via.

Forse per questo insisteva :”Vieni…..vieni….”

Rimanevano ad osservarsi, lui nell’orto accanto alla conigliera,appoggiato alla vanga, lei  accanto alla siepe, le mani dietro il vestito di tela che ormai le stava troppo corto.

Helenka pensava che non doveva stare lì, qualcuno poteva vederla e riferirlo alla nonna….

Non si muoveva ed ogni tanto scoteva  il capo per liberare il viso dalle ciocche sfuggite alla treccia.

 

Le sue mani… piccole e morbide…..mani di ragazza.

Desidero che lo toccassero. Senti che se soltanto lo avessero sfiorato…

Helena…Helenka…Il nome di lei  sussurrato nel  petto, scorreva nel  sangue, gonfiava la piena del desiderio. Di notte il sussurro correva tra le pareti di legno. Helenkaaa…..! Helenkaaaa…!!

A volte egli udiva la sua voce chiamarlo.  Marek! Marek!

Il vento portava il suo nome. Le foglie lo sussurravano sul tetto.

Si destava avvolto nell’essenza di lei, nel biondo argenteo dei capelli,

nell’innocente seduzione degli occhi ,  nella bocca mai sfiorata…..

 

Cominciò a giocare con i suoi capelli.Le sciolse piano la treccia.

Lei stava ferma e lo guardava. Le larghe mani  tra il biondo serico,i fili d’oro chiaro che gli restavano attorcigliati tra le dita.

I gesti lenti e delicati delle palme ruvide.

Non era mai accaduto prima. Nessun uomo le aveva mai sciolto la treccia.  Le sparpagliò i capelli sulle spalle. Fece scivolare le mani attorno alle braccia e la spostò di lato, dimodoché il sole dietro di lei le piovesse sulla schiena. E si fermò a contemplarla.Sorrideva, dinanzi alla figuretta immobile con la cascata d’oro argento che le scendeva fin sotto le anche. “Sei bella….”

Gli stava davanti con gli occhi sgranati. Lo sguardo di lui…. .

E un sospiro di vento passo tra il grano alto e le cime degli alberi.

Il sole si piegò. L’ombra della sera le scivolò addosso come un lenzuolo. La risospinse avanti sul sentiero. Verso casa.

 

Scoprì di amare i suoi capelli. Alla sera li scioglieva  e le piaceva sentirne il fruscio sulla ruvidita della camicia . Di notte non li gettava piu oltre la testa con insofferenza, ma li scostava di lato, lasciando che ricadessero dal letto fino a toccare le assi del pavimento.

Il tempo le si aprì davanti.

 

Tra il grano maturo danzavano riflessi arcobaleno.

Una vecchia con un fazzoletto legato sul capo, arrancava sul sentiero,trascinando due mucche per la cavezza.

“ Helenka!”

“ Babciu ! Nonna !”

Corse verso di lei . I capelli sciolti le ondeggiarono atttorno ai fianchi.

La nonna l’abbraccio stretta. “ Helunia ! diventi bella !”

Arrossi.

 

Dietro l’orto a stendere i panni.

“ Helena…” La voce venne da dietro la baracca degli attrezzi.

Rimase lì, reggendo una tovaglia a mezz’aria.  Il ragazzo si appoggiò alla porta.

Marek ! Cosa fai qui?”

“ Ti guardavo….”

“ Torna nel tuo orto, la nonna mi sgridera se ti vede !”  “Marek! Hai sentito?”  Si voltò ansiosamente alle spalle. Solo il chiocciare delle galline e un solitario chicchirichi del gallo dei vicini.

Il respiro di lei si fece piu rapido. Appallottolò la tovaglia in un fagotto tra le mani. Egli la indicò con una mossa del capo.

“ Ti prego, vai ! Marek, ti prego …!!”

Non poteva staccare gli occhi da lei. Non poteva….

 

Sera. La nonna ricamava su una camicetta bianca,rose rosse. Helena sedeva sullo sgabello contro la parete. La luce della candela fluttuava per la stanza. La nonna allungò una mano e le carezzò il viso.

Gli occhi celeste puro brillarono nel volto, solcato di rughe.

Helenka si chino verso di lei e le baciò una guancia. Desidero dirle di Marek.  E la luna si spostò. Scivolò argentea nel quadrato blu cupo della finestra e uno dei suoi raggi illumino la rosa rossa gia ricamata.

Per un attimo sembro una macchia di sangue sul biancore della camicetta. Il volto rotondo di Helenka  ondeggio riflesso nel secchio d’acqua. Non disse nulla di Marek.

 

Tornava da scuola in compagnia di due amiche. Il cinturino di un sandalo si era strappato. Le ragazze chiacchieravano ,ridendo.

Anetka le mise un braccio attorno alle spalle. “ Devo dirti un segreto…”

Lei si fermo e levatasi il sandalo rotto ne scosse via la polvere.

“ Che cosa….?”

Aneta le sussurrò all’orecchio

“ Oh!” Si rinfilò il sandalo. “Ci andrai?”

Si separarono davanti al chiosco. Helenka traverso sola il ponte, strascicando il sandalo rotto. Poso a terra la borsa dei libri e si fermò,appoggiando una mano alla barriera. Gli alberi frusciavano.

Alzo il capo d’improvviso. Aveva udito un rumore. No, non c’era nessuno.

 

Marek torno dal lavoro reggendo una bottiglia sotto il braccio.

Sedette al tavolo con il bicchiere davanti.

Ingollava d’un sol colpo, lasciando che la wodka scorresse sulla lingua e giu per la gola. Il calore scendeva e poi risaliva diffondendosi in lente ondate.  Quando la bottiglia rimase vuota, si abbandono all’indietro sulla sedia. La testa gli ciondolò da un lato.

Faticosamente si mise in piedi e raggiunse la porta. Usci nel buio a tentoni, appoggiandosi al muro, giro dietro la casa.

Un cane abbaio. Le galline dormivano strette le une alle altre, le piume arruffate. Avanzò verso la baracca di assi.

La madre, rientrando dal turno di notte, lo trovò gettato di traverso sul letto, ancora vestito.

Sciacquò il bicchiere e gettò la bottiglia vuota nel secchio della spazzatura.

 

Helenka stava china nell’orto sulle minuscole piantine.

Sbirciò sotto le foglie. Le fragole erano ancora verdi.

Nascondersi, nascondersi…….. Perché aveva in mente quella parola?

Forse perché Marek appariva soltanto quando lei era sola?

E perché non diceva nulla di lui alle amiche, alle cugine, a qualcuno?

Lui aveva ventiquattro anni.

Qualcuno mormorava che avesse una ragazza. In una città lontana, dove aveva trascorso i due anni di militare. Egli non ne parlava mai.

Viveva solo con la madre.

Di là dal ponte il grano era alto. Helena vestita d’azzurro. Domenica.

Lo vide camminare sulla strada,le mani affondate nelle tasche.

Corse avanti.  Nelle case la gente si godeva il riposo festivo.

Helenka rallentò il passo senza fermarsi. Egli le si affiancò.

Lei alzò gli occhi. “Sabato mia cugina si sposa. “

“Quale?”

“ Elka…”

Nel campo si udi il tintinnio delle catene a cui erano legate le mucche.

Lo guardò di sotto in su. “Marek, sai com’è essere sposati?”

L’ombra di un sorriso si disegno sulla bocca di lui. Teneva gli occhi bassi. D’improvviso lei fu acutamente consapevole dell’odore dell’uomo. Si mescolò all’odore della terra, al profumo del vento, al richiamo dei galli. Egli le toccò leggermente un fianco. “Vieni…”

Sulla riva del fossato, lei sedette sull’erba e gettò un sasso nell’acqua.

Le si accoccolò accanto. Di lontano videro sollevarsi uno stormo di colombe bianche dal tetto di una casa. Helenka puntò un dito in aria.

“ Guarda !” Si voltò verso di lui.  “Marek ! Cos’hai?”

Respirava in modo strano ed era rosso in viso. Si allontanò di alcuni metri e le voltò le spalle.

Si girò di scatto, fingendo di fissare attentamente l’acqua. Sentì i suoi passi nell’erba.

“Helenka…..” Le scostò i capelli con una carezza.

Non rispose, continuando a fissare l’acqua.

“Helunia….”

Lei abbassò il capo fra le ginocchia, irrigidendo le spalle.

“ Ti ho spaventata?”

Scosse il capo.

 

Camminava nell’Ulica Zachodnia. Fissava la strada polverosa, gettando a tratti occhiate verso i gialli cespugli di ireos ,nei giardini.

Dapprima lo sentì. Un brivido nell’aria. Si voltò. Di scatto.

Trotterellava silenzioso, la maschera bianca del lupo e gli occhi gialli.

Sotto il pelo irto, i muscoli possenti. La strada era deserta.

Helena senti il vento scompigliarle la treccia e soffiarle sul viso.

Il cane si era fermato e la fissava, immobile. Lei mosse un

passo. Il cane scoprì i denti. Helenka urlò. Vide la sabbia schizzare

tutt’attorno e senti il peso della bestia piombarle addosso.

Adesso muoio…..

Lo strappo secco della gonna lacerata. La bocca piena di polvere,

il ringhio. Le voci. Qualcuno aveva afferrato il cane. Lei singhiozzava

senza lacrime, scossa da un tremito incontrollabile.

“Ti ha morso ? Ti ha morso?’”

“ No….no…”

“ Fai vedere…” Le sollevarono le gonna attraversata da squarci profondi.  “Solo il vestito! Solo il vestito! Dio sia ringraziato!”

Le donne le stavano intorno. Mani premurose stringevano le sue, le carezzavano i capelli, asciugandole le lacrime.

“Non è niente , Helunia ! E’ finito ! E’ finito!”

La voce corse per la strada. “ Helenka è stata assalita da un cane !

Il cane di Romek e stato!”

La portarono a casa.

Sera . L’urlo rauco di una bestia ferita a morte. Marek sollevò l’accetta grondante sangue. Ai suoi piedi il cane si dibatte negli ultimisussulti dell’agonia e poi giacque immobile.

Domenica. La festa di Pentecoste. Helena e seduta sullo sgabello di legno, l’ampia gonna arcobaleno sparsa attorno. Irena,la sorella gia sposata, le  raccoglie i capelli in due grosse trecce, simili a corone intrecciate, di grano maturo.

Alle undici si avviarono verso la chiesa per la Processione.

Helena camminava accanto alla sorella, consapevole degli sguardi

delle donne sulla soglia delle case. “Oh, pienkna! Bella!”

Sorrideva, gli occhi abbassati sul vestito, le trecce ondeggianti.

Lo vide all’entrata della chiesa. La gente si accalcava davanti alla porta.Le bambine della Prima Comunione si riunivano in gruppetti,reggendo tra le mani cestini di fiori. Il candore degli abitini bianchi spiccava qua e la tra la folla. Ragazze e donne in costume tradizionale, chiacchieravano accanto ai cancelli e nella piazzetta davanti alla chiesa. Helena si era fermata sul vialetto. Alzò gli occhi e lo vide. Appoggiato al cancello, la solita giacca gli pendeva dalle spalle. Lei entro in chiesa e si inginocchiò in uno degli ultimi banchi.

Le trecce toccavano il pavimento. Uscendo dopo la Messa lo cercò con gli occhi tra la folla. Non lo vide piu.

 

Lunedi. Sedeva sulla panca davanti a casa, intagliando un ciocco di legno con un sottile coltello appuntito. Pomeriggio.

Le galline nel pollaio razzolavano, chiocciando.

La madre uscì sbattendo la porta e rovesciò un catino d’acqua nel cortile. Marek non sollevò la testa. Seguito a lavorare al pezzetto di legno con accanita concentrazione. I suoi occhi fissavano il verde orizzonte dei campi .

Helenka…Il respiro di lei nel vento.. La mia ragazza…..mia ragazza…

Mia ragazza…

Sollevò la bottiglia di sotto la panca e bevve a lunghi sorsi.

Usciva da scuola. Le due del pomeriggio.

 

Si incamminò sul sentiero verso i campi. Teneva lo sguardo rivolto a terra, davanti a sé. Fissava i sassi, i ciuffi d’erba, le zolle di letame secco. Continuò a camminare. Sentiva che egli sarebbe venuto.

Entrò nel campo di grano. Metteva un piede avanti all’altro, per non calpestare le spighe che si piegavano fino a sfiorarle le gambe.Si voltò indietro. Le foglie degli alberi frusciavano verde-argento.

Il campo dove pascolavano le mucche; ciuffi di fiori gialli nel verde splendente dell’erba. Lontano, le ultime case del paese.

Il vento porto l’abbaiare di un cane.

 

Lo vide venire verso di lei, camminava tranquillo, riconobbe i pantaloni da lavoro,troppo larghi, stretti sul ventre da una cintura che gli penzolava sulla coscia, le scarpe sollevavano mulinelli di polvere.

Lei rimase in piedi, ai lati due siepi di grano. I capelli frusciavano come le spighe.

Nel cielo azzurro vagavano bianche nubi sfilacciate.  Da lontano egli senti…Il vento caldo della giornata di giugno. La avanti, sulla strada…

Lei aspettava…

Il soffio caldo del vento nelle orecchie. Lampi dorati danzavano tra loro.  Nel grano biondo. I passi di lui. Frusciavano, frusciavano.

 

 

Le fu di fronte. I loro corpi si sfiorarono. Lei sentì l’urto caldo e stordente del suo petto. Perse l’equilibrio e fece un passo indietro.

Il secco scricchiolio del grano calpestato.

“Guarda..” Egli indicò con una mossa del capo le spighe schiacciate.

Il vento le spinse negli occhi i capelli, fili argentei fra i quali baluginarono gli occhi pervinca.

“Bella….”

Ella si pasticciò il viso con una mano, cercando di riafferrare le ciocche sfuggite alla treccia.

“ Helenka…”

Le soffiò via i capelli dagli occhi. Fili d’oro aggrovigliati.

“Helenka…”

Un fagiano si sollevò dal grano con un frullo d’ali.

 

L’abbaiare dei cani alla sera. I cani abbaiavano la sera quando il sole tramontava lentamente.

Tornò verso casa. Camminava a lato della strada. Sotto gli alberi ombre scure. Si fermo dietro il pollaio .

Alzò lo sguardo. I capelli di lei stormivano tra le foglie. Nei raggi d’oro pallido del crepuscolo. Levò una mano verso l’albero.

Lo scoppio di pianto di lei. Dietro il cespuglio. Nei lilla, nella luce trasparente. Lo strazio del pianto. I singhiozzi della paura.

Il seno gonfio e candido. “Helena…Helenka…”

Il suo petto era maturo. Maturo come il grano nei campi.

L’odore caldo, di fieno dei suoi capelli. E di nuovo nella sua testa

esplose il pianto .Un pianto sgomento, di bambina.

Apri il cancelletto del pollaio. Nel buio soffocante di caldo e di odori

Si levò i vestiti e li appese ad un chiodo, sulla parete.

Le macchie scure in quella penombra , sembravano soltanto macchie di fango. Riempi il secchio alla pompa dell’acqua e si lavò lentamente sull’aia, dietro la baracca. Sentiva l’odore gravargli addosso.

L’odore di sangue della macchia sul davanti dei pantaloni.

 

Uno straccio azzurro. Sbatteva davanti ai suoi occhi.

Scacciò l’immagine con la mano. Seduto sulla panca.

Il volto rotondo di lei. Fluttuava sospeso. Occhi azzurri. Azzurri come il vestitino di tela che il vento le sbatteva contro le gambe. Un vestito da bambina. Un soffio di vento lo spinse in avanti.

La prese per mano.  Tra gli alberi verde buio.

“devo andare…..la nonna e a casa….”

“ Bella….”

“ Devo dare l’acqua ai polli…”

Le sue dita si chiusero sulla treccia. “Helenka…”

L’odore di lui greve, penetrante. Lei apri la bocca.  Un ansito breve,

improvviso.  Indietreggio. “No !’

“Helena….”

“ No !”  La coda bionda ,sciolta e arruffata, sbatte sulla schiena

Occhi celesti spalancati. Il gallo canto in lontananza. Il chicchirichi

echeggio nell’aria in un’acuta spirale colorata e si spense in un’eco sorda.   Fu allora che ella emise il grido. Un grido di dolore e di accusa. La coda bionda si bagno di sangue.

Smise di lottare e si accascio tra le braccia poderose e le cosce frementi. Egli la lasciò di colpo. Balzò in piedi. La coda macchiata di sangue. Il colore cupo del sangue. Capelli biondi morti.

Si voltò per fuggire. Il sandalo rotto accanto al corpo inerte della ragazza.  Li, nell’erba.

“ Helenka non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!”

Lo fissò negli occhi implacabile. I suoi occhi non erano piu azzurri.

Grigio ardesia. Quegli occhi grigio ardesia trapassavano i suoi.

“ Lo dico. Lo dico.”

 

Lavò il coltello nel fossato dietro il pollaio. Accoccolato sulla sponda

guardava i filamenti rossi scorrere via nella corrente. Non pensava a nulla.  Un ratto sbucò dall’acqua e lo fissò con i suoi piccoli occhi lucenti. Marek urlò. Balzò in piedi e cominciò a correre. Correva con il coltello ancora stretto nella mano. Correva attraverso i campi, urlando . Dietro le case, le ultime case in fondo al paese.

Il sole soffiava traverso i rami. Marek stava li, lo sguardo trasparente.

Piegò la testa sulla spalla. Ascoltava qualcosa dentro di se. Ascoltava…

Il vento sussurrava “ Sentii…..sentii..”.

 

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. tina rizzo ha detto:

    terribile e deludente conclusione

    "Mi piace"

Rispondi a tina rizzo Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...